Van Baerle più spaventato pel suo compagno che per sè, si rimise in carrozza, ma non vi potè stare un mezzo minuto, ed erano appena passati i primi venti cavalieri, che si rimise alla portiera, accennando e supplicando lo Statolder giusto al momento ch’ei passava.

Guglielmo impassibile e semplice secondo il solito, portavasi al posto per compire il suo officio di presidente. Aveva in mano il suo rotolo di pergamena, che in questo giorno di festa era divenuto il suo bastone del comando.

Vedendo quell’uomo che accennava e supplicava, riconoscendo forse ancora l’officiale che accompagnavalo, il principe diede l’ordine di fermarsi.

Nel momento i suoi cavalli frementi sugli zoccoli ferrati fermaronsi a sei passi da Van Baerle rannicchiato nella sua carrozza.

— Che cosa c’è? dimandò il principe all’officiale, che al primo cenno dello Statolder era saltato giù dalla vettura, e gli si avvicinava rispettosamente.

— Mio Signore, gli rispose, è il prigioniero di Stato che per ordine vostro, sono stato a cercare a Loevestein e che vi conduco a Harlem, come Vostra Altezza ha desiderato.

— Che cosa vuole?

— Dimanda istantemente che gli si permetta di fermarsi qui per un momento.

— Per vedere il tulipano nero, mio Signore, esclamò Van Baerle, giungendo le mani, e poi quando lo avrò visto, quando avrò saputo ciò che mi preme sapere, allora morirò, se bisogni, ma morendo benedirò a Vostra Altezza, misericordiosa intermediaria tra la Divinità e me, Vostra Altezza che permetterà che la mia opera abbia avuto il suo fine e la glorificazione sua.

Era infatti un curioso spettacolo vedere questi due uomini, ciascuno alla portiera della sua carrozza, cinta dalle loro guardie; uno onnipotente, e l’altro miserabile; l’uno nell’atto di salire sul suo trono, l’altro credentesi vicino a montare sul suo palco.