L’ufficiale guardò alla sfuggita la faccia impassibile del suo compagno, e impallidì.

Quell’officiale era a un tempo un buonuomo e un bravuomo.

Dal punto ov’erano rimasti l’Altezza e il suo compagno sentivano il baccano e le petizioni del popolo nelle scale del palazzo comunale.

Quindi s’intese uscire quello strepito e spandersi sulla piazza per le finestre aperte di quella sala col balcone, su cui era comparso Bowelt e d’Asperen, i quali erano rientrati per paura senza dubbio che sospingendoli il popolo non li facesse saltare dal terrazzino.

Poi si videro ombre tumultuosamente passare e ripassare davanti a quelle finestre. La sala delle deliberazioni andava empiendosi.

A un tratto cessa lo strepito; poi ad un tratto raddoppia d’intensità e giunge a tale detonazione da scuoterne dai fondamenti l’edifizio.

Poi finalmente il torrente si precipitò per le gallerie e le scale fino alla porta, da cui videsi sboccare come un uragano.

Alla testa del primo gruppo più che correre volava un uomo orribilmente trasfigurato dalla gioia. Era il chirurgo Tyckelaer.

— L’abbiamo! l’abbiamo! urlò, agitando un foglio per l’aria.

— Hanno l’ordine! mormorò l’officiale stupefatto.