E poi si grida alla canaglia! al fango! Ma, Signori miei, rammentiamoci che il fango in mano di abile e saggio agricoltore, che lo manipoli e lo riduca, diventa il terreno più fertile per ogni genere di raccolta, ed è adatto alla cultura dei fiori i più belli per spoglia, e i più grati per effluvi odorosi. Ditemi un poco, se non fosse il fango, cosa sarebbe l’Egitto? un deserto più mortifero di quello che lo circonda. Ma se i saggi agricoltori con l’industria e con arte non facessero sì di fare quel fango prontamente disseccare e non lo lavorassero, l’Egitto sarebbe una pestifera palude. Il fango del Diluvio, simboleggia saggiamente la Mitologia, procreò uno smisurato serpente, che divorava tutte le nuove generazioni; Apollo, simbolo della scienza educatrice, lo uccise. Non si trascuri l’esempio di Apollo, se non vuolsi che il serpente nato dal fango divori tutti gli ordinamenti sociali.
I popoli educati e istruiti sono stati i più tranquilli e i più morali uomini del mondo. Contatemi tra il popolo ebreo una rivoluzione sociale. Nessuna; perchè tutti erano profondamente istruiti nei doveri religiosi e civili. David era un pastore; si leggano i suoi salmi, e ci faremo un’idea della educazione di tutto il popolo ebreo.
Chi più severi di costume e più leali nel trattare, e più forti nelle armi degli Spartani? L’esercizio giornaliero del corpo, il profondo rispetto pei più vecchi, la venerazione per un Dio supremo, erano il frutto di queste loro virtù famigliari, anzi cittadine.
Nè mi si venga a ricantare, che Licurgo gran legislatore di Sparta avesse proibito ogni lettura ai suoi concittadini. Per quanto sappiamo non si conoscevano altri scritti che quelli del grande Omero; e di questi non solo ne permise la lettura, ma raccomandolla: perchè nella Iliade specialmente di quel divino poeta avvi tutta la scienza tanto sacra che profana, con la quale potevasi informare la mente ed il cuore dei suoi concittadini.
Non mi si gridi: alla croce! se io con questa premessa sembrassi voler concludere, che anco con i Romanzi, ma però morali, e informati da sani principii e aventi per fine una qualche privata o pubblica virtù, si possa educare e istruire. Lungi il sacrilegio del confronto, ma non mi si nieghi l’utilità: l’ombra di Omero, cieca come il Destino e dura come il di lui trono di ferro, nebulosa giganteggia ancora sul mondo pagano, nascondendo il suo capo tra le fitte tenebre della degradata divinità; come l’ombra di Dante caccia la sua lucida fronte negli splendori eterni di un Dio tutto misericordia, mentre tremenda per i rei stringe nella destra il flagello inesorabile della divina giustizia; e solo quest’ultimo, se si avessero avuti degli accorti Licurghi, basterebbe per civilizzare il mondo intero. Ma per intenderlo, per alzarsi seco lui fino al Paradiso, ci abbisogna il soccorso delle scienze teologiche che ci vengono insegnate con la Dottrina del Bellarmino, e il corredo delle scienze umane, la cui porta si apre col Donato e dopo sette anni si chiude col Mancino ai pochi eletti a non intender nulla e a voler di tutto parlare. Ecco la gangrena dell’attuale società.
Ora dunque, che vi è tanta smania di leggere, e leggere specialmente tutti i Romanzi d’oltremonti (non esclusi i giornali, sfacciati Romanzi diurni) mi sono proposto di darne una collezione di Sei, ma però scelti come suol farsi per una collana di opere di morale istruzione, e offrirla ai miei concittadini. La Francia, l’Inghilterra, la Germania mi daranno la loro contribuzione, che però sarà nuova per l’Italia; e già non ho mancato di procurare un nuovissimo Romanzo italiano a questa mia raccolta, il quale di soggetto storico, rammenterà le gesta, i rivolgimenti e i falli dei nostri padri, a insegnamento della presente generazione.
IL TULIPANO NERO
I Un popolo riconoscente.
Il 20 agosto 1672, la città dell’Aya così vispa, così candida, così gaia che sarebbesi detto, tutti i giorni essere domeniche; la città dell’Aya col suo passeggio ombreggiato, co’ suoi grandi alberi inclinati sopra le sue case gotiche, coi larghi specchi de’ suoi canali, nei quali reflettonsi i suoi campanili a cupolette quasi all’orientale; la città dell’Aya, capitale delle Sette Provincie Unite, gonfiò tutte le sue arterie di un flusso nero e rosso di cittadini incalzantisi, affannosi, inquieti, i quali correvano coi coltelli a cintola, il moschetto sulle spalle o il bastone in mano verso il Buitenhof, formidabile prigione di cui ancor oggi mostransi le finestre inferriate, e dove, dopo l’accusa di assassinio portatagli contro dal chirurgo Tyckelaer, languì Cornelio de Witt fratello del gran Pensionario di Olanda.
Se la storia di quel tempo e soprattutto di questo anno, al cui scorcio cominciamo il nostro racconto, non fosse strettamente legata co’ due nomi che citeremo, le poche linee di schiarimento che andiamo a dare, potrebbero sembrar fuori di luogo; ma noi preveniamo sulle prime il nostro lettore benevolo, cui promettiamo di piacere alla prima pagina, e cui parliamo bene o male nelle pagine seguenti, lo preveniamo, che questo schiarimento è indispensabile, tanto alla intelligenza della nostra storia, quanto del grande avvenimento politico da cui questa storia si parte.