— Ah! mi pare mill’anni, mormorò malignamente Guglielmo d’Orange, aggrottando le ciglia, serrando le labbra, e ficcando li sproni nel ventre al cavallo, mi par mill’anni di vedere la figura, che farà Luigi[1] il Sole, quando accerterassi di qual maniera sono stati trattati i suoi buoni amici de Witt! Oh! sole, sole, io mi chiamo Guglielmo il Taciturno; sole, guarda a’ tuoi raggi!

E corse veloce sopra il suo buon cavallo quel giovine principe accanito rivale del gran re, quello Statolder sì poco solido la vigilia ancora nella sua potenza novella, ma che i paesani dell’Aya aveangli fatto un montatoio coi cadaveri di Giovanni e di Cornelio, due nobili principi tanto rimpetto agli uomini che a Dio.

V L’amatore dei Tulipani e il suo vicino.

Intanto, mentrechè i paesani dell’Aya mettevano in pezzi i cadaveri di Giovanni e di Cornelio, mentrechè Guglielmo d’Orange dopo essersi assicurato che i suoi due antagonisti erano per certo morti, galoppava sulla strada di Leyda seguito dal colonnello Van Deken, che egli trovava un poco troppo compassionevole per continuargli la confidenza di cui avealo onorato fin allora: Craeke servo fedele montato dal suo canto sopra un buon cavallo e ben longi dal sospettare i terribili avvenimenti che erano accaduti dopo la sua partenza, correva sugli argini fiancheggiati di alberi finchè non fu fuori della città e dei villaggi vicini.

Una volta in sicuro per suscitare sospetti lasciò il suo cavallo in una stalla e continuò tranquillamente il suo viaggio in barchetta, che lo menò a Dordrecht, passando destramente per le scorciatoie di quei bracci sinuosi del fiume, i quali stringono accarezzando con umido amplesso quelle isolette graziose fiancheggiate di salci, di giunchi e d’erbe fiorite, le quali pascola a suo bell’agio il grasso armento rilucente ai raggi del sole.

Craeke riconobbe da lungi Dordrecht, città ridente al piè della sua collina seminata di molini; vide le belle case rosse a strisce bianche, bagnanti nell’acqua i loro piedi di mattoni e facenti sventolare dai balconi aperti sul fiume i loro tappeti di seta con fiori d’oro a rilievo, meraviglie indiane e chinesi, e presso la gran linea dei tappeti le reti permanenti per prendere le anguille voraci che attirano intorno alle abitazioni le giornaliere immondezze che le cuoche gettano nell’acqua dalle finestre.

Craeke dal ponte della barca a traverso a tutti quei molini ad ali giranti, scorgeva al declive del poggio la casa bianca o rossa scopo della sua missione. Ella nascondeva i comignoli del suo tetto tra’ fogliami giallastri di una siepe di pioppi, e spiccava dal fondo scuro, che facevale un bosco d’olmi giganteschi. Ell’era situata di tal maniera, che il sole piombando su lei come in un imbuto, vi veniva a prosciugare, intiepidire e fecondare anche l’ultima guazza, che la barriera di verdura non poteva impedire che mattina e sera non ve la portasse il venticello del fiume.

Sbarcato in mezzo all’ordinario andirivieni della città, Craeke si diresse prontamente verso la casa, della quale andiamo a presentare ai nostri lettori una indispensabile descrizione.

Bianca, netta, rilucente, più propriamente lavata, più diligentemente incerata nei quartieri nascosti, che in quelli aperti, questa casa racchiudeva un mortale felice.

Quel mortale felice, rara avis (la Fenice) come dice Giovenale, era il dottore Van Baerle battezzato di Cornelio. Egli abitava la casa da noi descritta fino dalla sua infanzia; perchè era la casa natale di suo padre e del suo nonno, antichi nobili mercanti della nobile città di Dordrecht.