Van Baerle padre aveva ammassato nel commercio delle Indie tre o quattro cento mila franchi, che Van Baerle figlio aveva trovati tutti nuovi nel 1668 alla morte de’ suoi buoni e cari parenti, benchè quei fiorini non fossero tutti dello stesso millesimo, gli uni del 1640, gli altri del 1610; il che provavano che v’erano fiorini del padre e del nonno Van Baerle. Questi quattrocento mila fiorini, ci affrettiamo a dirlo, non erano che la borsa, il denaro di tasca di Cornelius Van Baerle, eroe di questa storia, chè le sue proprietà della provincia davangli un’entrata di circa diecimila fiorini.

Allorchè il degno cittadino padre di Cornelio era per passare dalla vita alla morte, tre mesi dopo i funerali di sua moglie, che sembrava essere partita la prima per rendergli facile il cammino della morte, com’ella aveagli reso facile il cammino della vita, egli aveva detto a suo figlio, abbracciandolo per l’ultima volta:

— Bevi, mangia e spendi, se vuoi vivere realmente, perchè non è vivere lavorare tutto il giorno sopra una seggiola di legno o sopra una poltrona di pelle in un laboratorio o in un magazzino. Tu morrai la tua volta, e se tu non hai la fortuna di non avere un figliuolo lascerai estinguere il nostro nome, e i miei fiorini ammassati troverannosi ad avere un padrone sconosciuto, que’ fiorini nuovi che nessuno ha mai contati fuorchè mio padre, io e il monetiere. Soprattutto non imitare il tuo padrino Cornelio de Witt, che si è gettato nella politica, la più ingrata delle carriere, e che certamente finirà male.

Poi morì quel degno Van Baerle, lasciando tutto desolato il suo figlio Cornelio, il quale amava pochissimo i fiorini, e moltissimo suo padre. Cornelio restò dunque solo nella gran casa.

Invano il suo compare Cornelio gli offerse impiegarlo in servigi pubblici; invano volle fargli gustare la gloria, quando Cornelio per obbedire al suo padrino si imbarcò con il de Ruyter sul vascello le Sette Province, il quale comandava a cento trentanove bastimenti, coi quali l’illustre ammiraglio andava solo a bilanciare la fortuna di Francia e d’Inghilterra riunite. Allorchè condotto dal pilota Lèger giunse a un tiro di moschetto dal vascello il Principe, sul quale trovavasi il duca di York fratello del re d’Inghilterra; allorchè l’attacco di Ruyter suo principale fu sì fiero e sì abile, che il duca d’York vedendo il suo bastimento vicino all’arrembaggio, ebbe appena il tempo di salire a bordo del S. Michele; allorchè ebbe visto il S. Michele conquassato, traforato dalle palle olandesi, escire di combattimento; allorchè ebbe visto saltare in aria un vascello, il Conte di Sanwick, e perire tra i flutti o nel fuoco quattrocento marinari; allorchè ebbe visto che dopo tutto questo, dopo aver messo in pezzi venti bastimenti, dopo tre mila morti, dopo cinque mila feriti, rimase indecisa da una parte e dall’altra, che ciascuno attribuivasi, la vittoria, che bisognava ricominciare, e che solamente un nome di più, la battaglia di Southwood-Bay, erasi aggiunto al catalogo delle battaglie; quando egli ebbe calcolato quello che perda di tempo, ammazzandosi gli occhi e gli orecchi un uomo che voglia riflettere nel momento che i suoi simili si cannoneggiano tra loro: Cornelio disse addio a Ruyter, al ruward di Pulten e alla gloria, baciò le ginocchia del gran Pensionario, ch’egli aveva in profonda venerazione, e rientrato nella sua casa di Dordrecht, ricco del suo riacquistato riposo, de’ suoi ventotto anni, di una salute di ferro, di una vista acuta, e più che dei suoi quattro cento mila fiorini e de’ suoi dieci mila fiorini di rendita, ricco della convinzione che un uomo ha ricevuto dal cielo tanto per essere felice, molto per non esserlo.

In conseguenza per farsi una felicità a suo modo Cornelio si mise a studiare i vegetabili e gli insetti, raccolse e classò tutta la flora delle isole, appuntò tutta l’entomologia della provincia, sulla quale compose un trattato manoscritto con tavole disegnate di sua mano, e finalmente non sapendo più cosa farsi del suo tempo e soprattutto del suo danaro, che andavasi accrescendo smisuratamente, si mise a cercare tra tutte le follie del suo paese e dell’epoca sua una delle più eleganti e delle più cortesi. Egli amò i Tulipani.

Era il tempo, come ognun sa, in cui i Fiamminghi e i Portoghesi, invidiandosi tal genere d’orticoltura, erano arrivati a divinizzare il Tulipano e a fare di questo fiore venuto dall’Oriente ciò che mai nessun naturalista aveva osato fare della razza umana per paura di non dare gelosia a Dio.

Ben presto da Dordrecht a Mons non si parlava d’altro che dei tulipani del mynheer Van Baerle, e le sue tavole, i suoi irrigatorii, le sue stanze da prosciugare, le sue carte di cipollette furono visitate come una volta le gallerie e le biblioteche di Alessandria dagli illustri viaggiatori romani.

Van Baerle cominciò per spendere le sue rendite annuali a stabilire la sua collezione, poi ad intaccare i suoi fiorini nuovi per perfezionarla. Però la sua fatica fu ricompensata da un resultato magnifico: ne trovò cinque specie differenti, che nominò la Giovanna dal nome di sua madre, la Baerl dal nome di suo padre, la Cornelia dal nome del suo compare; gli altri nomi ci sfuggono, ma gli amatori li possono ritrovare con tutta sicurezza nei cataloghi del tempo.

Nel 1672 al principio dell’anno Cornelio de Witt venne a Dordrecht per starvi tre mesi nella sua antica casa di famiglia; perchè si sa che non solo Cornelio era nativo di Dordrecht ma che la famiglia dei Witt era originaria di quella città.