Cornelio cominciava allora, come diceva Guglielmo d’Orange, a godere della più perfetta impopolarità; tuttavia per i suoi concittadini, i buoni abitanti di Dordrecht, e’ non era ancora uno scellerato da forca, e quantunque poco soddisfatti del suo repubblicanismo un poco troppo puro, ma fieri del suo valor personale, vollero offrirgli il vino della città alla sua entrata.

Dopo aver ringraziati i suoi concittadini, Cornelio andò a rivedere la sua vecchia casa paterna e ordinò qualche acconcime prima che la signora de Witt sua moglie vi si venisse a stabilire co’ suoi bambini.

Poi il ruward si diresse verso la casa del suo figlioccio, che forse era il solo a Dordrecht che ignorasse ancora la presenza del de Witt nella sua città natale.

Quanto Cornelio de Witt aveva sollevato invidia maneggiando il mal seme che chiamasi passione politica, tanto Van Baerle aveva accumulato simpatie, trascurando completamente la coltura della politica, assorto come gli era nella cultura dei suoi tulipani.

Però Van Baerle era prediletto da’ suoi domestici e da’ suoi operanti; talchè egli non poteva supporre che esistesse al mondo un uomo che volesse male a un altr’uomo.

E nulladimanco sia detto a vergogna della umanità, Cornelio Van Baerle aveva senza saperlo un nemico ben altrimenti inferocito, ben altrimenti arrabbiato, ben altrimenti irreconciliabile che fino allora non ne avessero avuti il ruward e il suo fratello tra gli orangisti i più ostili a quell’ammirabile fratellevolezza, che senza nube durante la vita prolungavasi per attaccamento al di là della morte.

Quando Cornelio cominciò a addarsi ai tulipani e vi gettò le sue rendite annuali e i fiorini d’oro di suo padre, eravi a Dordrecht, dimorando nella casa accanto, un certo paesano nominato Isacco Boxtel; che dal giorno che aveva cominciato ad avere il lume della ragione, aveva seguito la medesima inclinazione e andava in deliquio al solo sentire la parola tulban, che a quanto ci assicura il Fiorista francese che è quanto dire lo storiografo il più sapiente di questo fiore, è la prima parola che nel linguaggio dei Cordeglieri ha servito a designare quel capo d’opera della creazione che si chiama tulipano.

Boxtel non aveva la fortuna d’esser ricco come Van Baerle; erasi dunque fatto a grande stento e a forza di cure e di pazienza nella sua casa di Dordrecht un giardino comodo alla coltura; avea manipolato il terreno secondo le prescrizioni volute e dato a’ suoi postimi precisamente tanto calore e frescura quanta ne prescrive il codice dei giardinieri.

Isacco sapeva quasi appuntino la temperatura delle sue cassette; sapeva il peso del vento e lo cribrava in maniera da bilanciarlo giusto giusto allo stelo de’ suoi fiori; talchè i suoi prodotti cominciavano a piacere; ed erano belli e ricercati. Molti amatori erano venuti a visitare i tulipani di Boxtel, che alla fine aveva lanciato nel mondo dei Linnei e dei Tournefort un tulipano col suo nome. Questo tulipano aveva viaggiato, traversata la Francia, entrando in Ispagna era penetrato in Portogallo, dove il re don Alfonso VI il quale, cacciato da Lisbona erasi ritirato nell’isola di Terzeira, ove divertivasi non già come il gran Condè ad annaffiare aglietti, ma a coltivare tulipani, aveva detto «Non c’è male» osservando il suddetto Boxtel.

Tutto ad un tratto in seguito di tutti li studi ai quali erasi dedicato, la passione del tulipano avendo invaso Cornelio Van Baerle, lo fece risolvere a modificare la casa di Dordrecht che, come abbiamo detto, era vicina a quella di Boxtel, e fece alzare di un piano un certo fabbricato d’in sulla corte, che con la elevazione tolse un mezzo grado circa di calore e in iscambio rese un mezzo grado di freddo al giardino di Boxtel, senza contare che diminuivagli la ventilazione, sconcertava tutti i calcoli e tutta l’economia orticola del suo vicino.