Postutto non era questo il solo malanno agli occhi del vicino Boxtel. Van Baerle non era che un pittore, quanto dire una specie di pazzo, che cerca di riprodurre sulla tela, sfigurandole, le meraviglie della natura. Il pittore faceva alzare di un piano il suo laboratorio per aver luce migliore, ed era nel suo diritto. Van Baerle era pittore come Boxtel filotulipaniere; voleaci sole pe’ suoi quadri; e prendevane un mezzo grado ai tulipani di Boxtel.
La legge era per Van Baerle: Bene sit; ma d’altronde Boxtel aveva scoperto che il troppo sole nuoce al tulipano, e che questo fiore germoglia meglio e più colorito col tiepido sole del mattino o della sera, che col brucente sole del mezzo giorno.
Ne seppe dunque quasi buon grado a Cornelio Van Baerle d’avergli fabbricato gratis un parasole.
Forse non era tutt’affatto vero, e ciò che Boxtel diceva sul conto del suo vicino Van Baerle, non era l’intera espressione del suo pensiero. Ma le grandi anime trovano nella filosofia stupende risorse in mezzo alle grandi catastrofi.
Ma ohimè! come divenne quello sfortunato Boxtel, quando vide i vetri del piano novellamente fabbricato guarnirsi di cipollette, di talli, di tulipani in vegetazione, di tulipani in postime, finalmente di tutto ciò che concerne la professione di monomane Tulipaniere?
V’erano gl’involti galanti, v’erano le cassette, v’erano le buchette a spartimenti e le reti di ferro destinate a chiudere le cassette per rinnovarvi l’aria senza dare accesso ai topi, ai punteruoli, ai ghiri, alle donnole e alle talpe, tutti curiosi amatori dei tulipani a duemila franchi la cipolletta.
Boxtel fu fortemente sorpreso, allorchè vide tutto quel materiale, ma non comprendeva ancora tutta la grandezza della sua disgrazia. Sapevasi che Van Baerle era amico di tutto ciò che rallegrasse la vista; studiava a fondo la natura per i suoi quadri, finiti come quelli di Gherardo Dow suo maestro e di Mièris suo amico. Non poteva darsi che volendo dipingere l’interno di un Tulipaniere, avesse ammassato nel suo nuovo studio tutti gli accessorii della decorazione?
Intanto, benchè uccellato da questa lusinghiera idea, Boxtel non poteva resistere all’ardente curiosità che lo divorava. Venuta la sera, egli appoggiò una scala al muro a confine e spiando là il suo vicino Baerle, si convinse che la terra di un quadrato smisurato, popolato poco fa di piante differenti, era stata rimescolata e deposta in tante caselle di terriccio mischiato di belletta di fiume, composizione essenzialmente simpatica ai tulipani, il tutto rinforzato di piote per impedirne i riscaldamenti. Inoltre sole di levante, sole di ponente, ombra fatta in maniera da smussare il caldo del meriggio; acqua abbondante prossima, esposizione al sud-sud-ovest, condizioni di necessità di mezzo non solo per la riuscita, ma per il progresso. Non più dubbio, Van Baerle era diventato tulipaniere.
Boxtel figurassi su due piedi quel sapiente dai quattrocentomila fiorini di contante, dai diecimila fiorini di rendita, impiegante le sue risorse morali e fisiche alla cultura in grande dei tulipani. Ne travide il successo in un vago ma non lontano avvenire, e concepì anticipatamente un tal dolore, che le sue mani rilassandosi, le sue ginocchia piegandosi, ei disperato rotolò giù dalla sua scala.
Cosicchè non era pe’ tulipani dipinti, ma pe’ tulipani reali che Van Baerle toglievagli un mezzo grado di calore; e di più aveva la più ammirabile delle esposizioni solari e una vasta stanza, dove conservare le sue cipollette e i suoi talli; stanza luminosa, ariosa, ventilata, ricchezze interdette a Boxtel, che era stato costretto di consacrare a quest’uso la sua camera, e che per non nuocere con l’influenza degli spiriti animali ai suoi talli e ai suoi ovoletti aveva fatto la privazione di dormire in granaio.