Così uscio a uscio, muro a muro Boxtel andava ad avere un rivale, il quale invece di essere un giardiniere oscuro, sconosciuto, era il figlioccio di messer Cornelio de Witt, quanto dire una celebrità.
Boxtel, si vede bene, aveva lo spirito men generoso di Poro, che consolavasi d’essere stato vinto dal grande Alessandro, precisamente a cagione della celebrità del suo vincitore.
Difatti che accaderebbe se mai Van Baerle trovasse un nuovo tulipano e lo nominasse Giovanni de Witt dopo averne nominato un altro la Cornelia? Sarebbe lo stesso che crepare di rabbia.
Così nella sua previdenza invidiosa Boxtel profeta del suo male, indovinava quello che sarebbe accaduto. Per lo chè fatta questa scoperta, egli passò una notte la più esecrabile a immaginarsi.
VI L’odio di un Tulipaniere.
Da questo momento invece di una preoccupazione Boxtel ebbe una paura. Tutto ciò, che dà vigore e nobiltà agli sforzi del corpo e dello spirito, la cultura di un’idea favorita, Boxtel la perdette, macinando tutti li svantaggi, che causavagli il progetto del vicino.
Van Baerle, come si può pensare, dal momento che intese a questo scopo la perfetta intelligenza, di cui avealo dotato la natura, riuscì ad allevare i più bei tulipani.
Meglio degli orticultori dell’Aya e di Leida, città che offrono i terreni migliori e il clima il più sano, Cornelio riuscì a variarne i colori, a modificarne le forme, a moltiplicarne le specie.
Egli era di quella ingegnosa e originale scuola del secolo XVII la quale prese per divisa questo aforismo sviluppato nel 1653 da uno dei suoi adetti:
È disprezzare Dio il disprezzare i fiori.