Bisognava per avere un’idea d’un dannato dimenticato da Dante, vedere Boxtel in quel tempo. Mentre che Van Baerle sarchiava, sugava, innaffiava le sue caselle; mentre che inginocchiato sulle piote erbose analizzava ogni vena del tulipano in fioritura e meditava le modificazioni che vi si potevano fare, i maritaggi dei colori, che vi si potevano sperimentare, Boxtel nascosto dietro un piccolo sicomoro, che avea piantato lungo il muro, e di cui facevasi un ventaglio, seguiva con gli occhi gonfi, con la bocca spumante, ogni passo, ogni gesto del suo vicino; e quando credeva vederlo gioioso, quando sorprendeva un sorriso sulle di lui labbra, un lampo di contentezza nei di lui occhi, allora scagliavagli tante maledizioni, tante minacce furibonde, che non potevasi concepire, come quei soffi appestati d’invidia e di collera non andassero infiltrandosi negli steli dei fiori, a portarvi principii di scadimento e germi di morte.
Ben presto, tanto il male una volta padrone di un’anima umana favvi rapidi progressi, Boxtel non gli piacque di veder più Van Baerle; ma volle vedere però i suoi fiori. Egli in fondo era artista, e stavangli a cuore i capi d’opera di un rivale.
Egli comprò un telescopio, coll’aiuto del quale poteva seguire, bene quanto il proprietario ciascuna rivoluzione del fiore dal momento che germoglia nel primo anno il suo pallido rampollo fuori di terra fino a che dopo aver compito il suo periodo di cinque anni ei rotondeggia il suo nobile e grazioso cilindro, sul quale apparisce l’incerta vicenda del suo colore e si sviluppano i petali del fiore, che allora soltanto rivela i segreti tesori del suo calice.
Oh! quante volte lo sfortunato invidioso, montato sulla sua scala, vide nelle caselle di Van Baerle tulipani che abbagliavano con la loro beltà, soffocavano per la loro perfezione!
Allora, dopo il periodo di ammirazione ch’egli non poteva vincere, lo dibatteva la febbre dell’invidia, male che rode gl’intestini e che cangia il cuore in una miriade di serpentelli, che divoransi l’un l’altro, sorgente infame di orribili dolori.
Qualche volta in mezzo ai suoi martirii, di cui descrizione nessuna potrebbe darne un’idea, Boxtel fu tentato di saltare di notte nel giardino, di sperperarvi le piante, di stritolare coi denti le cipolle e di sacrificare alla sua collera lo stesso proprietario se avesse osato difendere i suoi tulipani.
Ma uccidere un tulipano agli occhi di un vero orticultore è un delitto troppo spaventevole! Uccidere un uomo meno assai.
Intanto in grazia dei progressi che faceva ogni giorno Van Baerle nella scienza, che egli sembrava indovinare per istinto, Boxtel montò in tal parossismo di furore, che meditò di gettare pietre e randelli nelle caselle dei tulipani del suo vicino.
Ma siccome riflettè che l’indomani alla vista del guasto Van Baerle farebbe il referto che si costaterebbe, essendo la strada lontana, che pietre e randelli non potevano cadere dal cielo nel XVII secolo, come ai tempi degli Amaleciti: che l’autore del delitto, benchè consumato nella notte, sarebbe scoperto e non solo punito dalla legge ma disonorato ancora per sempre agli occhi dell’Europa tulipaniera; perciò Boxtel assottigliò l’odio con la frode, risolvendo impiegare un mezzo che non lo potesse compromettere. Lo cercò, è vero, per un pezzo, ma alfine trovollo.
Una sera attaccò due gatti per un piede di dietro con una funicella lunga dieci piedi, e gettolli dall’alto del muro in mezzo della casella maestra, della casella principesca e della casella reale, la quale conteneva non solo la Cornelia de Witt, ma anco la Brabaziana bianca lattata, porporina e rosacea, la Marbrèa di Rotre color panno greggio, rossa e incarnata accesa, e la Meraviglia di Harlem, il tulipano Tortora scuro e Tortora chiaro sbiadito.