Appena riposto l’involto, Cornelio de Witt alzossi, e stretta la mano al suo figlioccio s’incamminò verso la porta. Van Baerle prese in fretta la candela, e gli corse innanzi per fargli gentilmente lume.
Allora il chiarore insensibilmente si estinse nel gabinetto invetriato per andare a ricomparire nella scala, poi sotto il vestibolo e finalmente nella strada, ancora ingombrata di gente, che volevano vedere rimontare in carrozza il ruward.
L’invidioso non erasi punto ingannato nelle sue supposizioni; che il deposito accuratamente consegnato fosse la corrispondenza di Giovanni con il de Louvois. Solamente tale deposito era stato consegnato, come poi Cornelio disse al fratello, senzachè ne facesse neppure alla lontana sospettare l’importanza politica al suo figlioccio.
La sola raccomandazione che gli fece, fu di non consegnare il deposito che a lui, o con un ordine suo in iscritto, qualunque si fosse la persona che venisse a ricercarlo. E Van Baerle, come abbiamo visto, aveva chiuso il deposito nell’armadio delle cipollette rare.
Poi, il ruward partito, brusìo e chiarore estinti, il nostro galantuomo non aveva più pensato a quell’involto, al quale però pensava fissamente Boxtel, che simile all’esperto pilota vedeva in quello la nuvoletta lontana e microscopica, che ingrandisce camminando e che chiude in seno l’uragano.
Ed ora ecco tutti i germi della nostra storia piantati nel grasso terreno che estendesi da Dordrecht all’Aya. La segua chi vuole nei successivi capitoli; che quanto a noi non per altro ci siamo fin qui allungati se non per provare che nè Cornelio nè Giovanni de Witt non ebbero in tutta Olanda un più feroce nemico di quello che Van Baerle aveva nel suo vicino Isacco Boxtel.
Tuttavolta il tulipaniere vivendo di tutto ciò allo scuro, aveva fatto cammino verso la meta proposta della società di Harlem, ed era passato dal tulipano bistro al tulipano caffè bruciato. Ora tornando a lui nel giorno medesimo, che succedeva all’Aya il grande avvenimento da noi già raccontato, lo ritroviamo verso il tocco dopo mezzogiorno levare dalla sua casella le cipollette ancora infruttifere di una semenza da tulipani caffè bruciato, la cui fioritura fino a quel momento abortita era fissata al principio dell’anno 1673, la quale non poteva mancare di dare il gran tulipano nero richiesto dalla società di Harlem.
Il 20 agosto 1672 al tocco dopo mezzogiorno Cornelio era dunque nel suo prosciugatoio co’ piedi sulla traversa della sua tavola, co’ gomiti sul tappeto, considerando con deliziosissima curiosità tre talli che separava dalla cipolletta: talli puri, perfetti, intatti, primordii impagabili di uno dei più maravigliosi prodotti della scienza e della natura, uniti in tale combinazione, la cui riuscita doveva illustrare per sempre il nome di Cornelio Van Baerle.
— Sì, troverò il gran tulipano nero, diceva tra sè Cornelio, separando i talli; mi toccheranno i cento mila fiorini del premio proposto, che io distribuirò ai poveri di Dordrecht; e in questo modo l’ira che ogni ricco ispira nelle guerre civili, acquieterassi, e così io potrò senza punto temere dei repubblicani o degli orangisti, continuare a tenere le mie casellette in magnifico stato. Non temerò più che in un giorno di sommossa i bottegai di Dordrecht e i marinai del porto vengano a sbarbare le mie cipollette per nutrire le loro famiglie, come mi sono qualche volta sentito sussurrare dietro, quando sia stato loro referito che ho comprato una cipolletta per due o trecento fiorini. Io donerò dunque, sta fermo, i cento mila fiorini di premio ai poveri; benchè....
E a questo benchè Cornelio Van Baerle fece una pausa e sospirò.