Giovanni de Witt al primo rumore della querela contro suo fratello, erasi dimesso dalla sua carica di gran Pensionario. Era costui in tal guisa degnamente ricompensato della sua devozione al paese; chè portò nella vita privata i suoi nemici e le sue ferite, soli guadagni che vengono in generale ai galantuomini colpevoli di essersi affaticati per la loro patria, obliando se stessi.

In questo frattempo Guglielmo d’Orange attendeva, non senza affrettarne l’avvenimento con tutti i mezzi in suo potere, che il popolo, di cui egli era l’idolo, gli facesse del corpo dei due fratelli i due gradini, di cui aveva bisogno per montare al seggio dello Statolderato.

Ora il 20 d’agosto 1672, come abbiamo detto al cominciare di questo capitolo, tutta la città correva al Buitenhof per assistere all’escita di prigione di Cornelio de Witt, però per l’esilio, e vedere quali tracce avesse lasciato la tortura sul nobile corpo di quest’uomo, che sapeva così bene il suo Orazio.

Ci affrettiamo aggiungere che tutta quella moltitudine, che dirigevasi al Buitenhof, non vi si dirigeva solamente con l’innocente intenzione di assistere a uno spettacolo, ma non pochi tra quella eranvi per eseguire una parte, o piuttosto per adempire un impiego, che trovavano essere stato male disimpegnato. Noi vogliamo parlare dell’impiego di carnefice.

Eranvi accorsi altri, è vero, con intenzioni meno ostili. Per loro soltanto trattavasi di uno spettacolo sempre attraente per la moltitudine, il cui orgoglio istintivo è sodisfatto nel vedere nella polvere colui, che lungamente è stato sul piedistallo.

Questo Cornelio de Witt, quest’uomo senza paura, dicevasi, non era infermo, fiaccato dalla tortura? Non andavasi a vederlo, pallido, sanguinoso, svergognato? Non l’era un bel trionfo per la borghesia ben più invidiosa del popolo, al quale ogni buon borghese del’Aya doveva prender parte?

E poi diceano tra sè gli agitatori orangisti, furbescamente mescolati nella folla, che essi contavano di ben maneggiare come strumento tagliente e contundente ad un tempo; non troverassi dal Buitenhof alla porta della città una benchè piccola occasione per gettare un po’ di fango, anche qualche pietra a quel ruward di Pulten che ha solamente accordato lo Statolderato al Principe d’Orange vi coactus, ma che ha voluto eziandio farlo assassinare?

Senza contare, aggiungevano i feroci nemici della Francia, che diportandosi bene e bravamente all’Aya, non lascerebbesi partire per l’esilio Cornelio de Witt, il quale una volta all’estero rannoderebbe tutti i suoi intrighi con la Francia e vivrebbe con quel grande scellerato di Giovanni suo fratello con l’oro del marchese di Louvois.

Si vede bene che in simili disposizioni li spettatori corrono e non camminano; ed ecco perchè gli abitanti dell’Aya precipitavansi verso il Buitenhof.

Tra quelli, che più correvano con la rabbia in cuore e senza progetto nell’animo era l’onesto Tyckelaer, corteggiato dagli orangisti come un eroe di probità, d’onore nazionale e di carità cristiana.