Quel bravo scellerato raccontava, abbellendoli di tutti i fiori del suo spirito e di tutte le risorse della sua imaginazione, i tentativi messi in opra da Cornelio de Witt contro la sua virtù, le somme che aveagli promesse e l’infernale macchinazione prima preparata per appianare a lui Tyckelaer tutte le difficoltà dell’assassinio.

E ogni frase del suo discorso avidamente raccolta dal popolaccio sollevava grida d’amore entusiasta pel principe Guglielmo, e urli di cieca rabbia contro i fratelli de Witt.

La canaglia malediva i giudici iniqui, il cui decreto lasciava fuggire sano e salvo un sì abominevole delinquente, qual’era lo scellerato Cornelio.

E qualche istigatore ripeteva a voce bassa:

— Parte! ci scappa!

Cui altri rispondevano:

— Un vascello, e un vascello francese, l’attende a Scheveningen; Tyckelaer lo ha visto.

— Bravo Tyckelaer! pernio dei galantuomini! gridava la folla in coro.

— Senza badare, diceva una voce, che nel tempo di questa fuga di Cornelio, l’altro traditore da tre cotte, il suo fratello Giovanni si salverà del paro.

— E i due bricconi vanno a mangiare in Francia il nostro denaro, denaro dei nostri vascelli, dei nostri arsenali, dei nostri cantieri venduti a Luigi XIV.