Rosa profittò di questo momento, escì dalla segreta e ne fece uscire suo padre.
La prigione era completamente deserta; a che prò restare nella prigione, quando scannavasi al Tol-Hek?
Grifo escì tutto tremante dietro la coraggiosa Rosa; e insieme andarono a chiudere alla meglio la porta principale; e diciamo alla meglio perchè era per metà fracassata. Scorgevasi che il trabocco di una potente collera era di là passato.
Verso le quattro s’intese il romorio che ritornava, ma non presagiva nulla d’inquietante per Grifo e per sua figlia. Quel romorio era dei cadaveri che erano strascinati e condotti ad essere appiccati nella piazza solita alle esecuzioni.
Anco questa volta Rosa si nascose non per paura ma per non vedere l’orribile spettacolo.
A mezza notte fu picchiato alla porta del Buitenhof, o piuttosto alla barriera che aveala rimpiazzata. Era Cornelio Van Baerle che colà era condotto.
Quando Grifo carceriere ricevette quel nuovo ospite, ed ebbe veduto sul mandato di reclusione la qualità del personaggio:
— Figlioccio di Cornelio de Witt, mormorò col sogghigno del carceriere; oh! giovanotto! abbiamo qui appunto la camera di famiglia; eccoci a darvela.
E contento del bel garbo da lui disimpegnato, il tristo orangista prese la sua lanterna e le chiavi per condurre Cornelio nella cella, che Cornelio de Witt aveva lasciato quella stessa mattina per l’esilio tale, quale lo intendono in tempo di rivoluzione quei moralisti sublimi, che spacciano come assioma di alta politica:
«I morti soli non tornano.»