«Ah madre mia! gridò Mordaunt con lo sguardo infuocato ed un accento d’odio impossibile a descriversi; non posso offrirti che una vittima, ma almeno sarà quella che tu stessa ti saresti prescelta!....»
E mentre d’Artagnan dava un urlo, Porthos alzava il remo, Aramis cercava in che luogo ferire Mordaunt, una terribile scossa data allo schifo trascinò Athos nell’acqua, ed intanto Mordaunt, dato un grido di trionfo, stringeva la gola alla vittima, e per impedirle ogni movimento avvolgeva le sue gambe con le proprie gambe, siccome avrebbe potuto fare col suo corpo un serpente.
Per un momento, senza strillare, senza chiamare ajuto, Athos procurò mantenersi a galla, ma il peso lo trasse al basso, e a poco a poco ei disparve; in breve non si vide più altro che i suoi lunghi capelli; poscia tutto sparì in una larga ondata, che, presto calatasi, lasciò il segno soltanto del luogo ove ambedue si erano sommersi.
I tre amici, ammutoliti dall’orrore ed immobili per lo spavento, erano rimasti a bocca aperta, con gli occhi stralunati, le braccia distese; sembravano tante statue; ma pur si udivano i battiti dei loro cuori.
Porthos fu il primo a tornare in sè, e strappandosi i capelli, proruppe con tali singulti che straziavano l’anima, specialmente venendo da un uomo della sua fatta:
«Oh Athos! Athos! cuor nobile!.... guai! guai a noi che ti lasciammo morire!
«Sì, guai! ripetè d’Artagnan.
«Guai! mormorò Aramis».
Nel momento, in mezzo al vasto cerchio illuminato dai raggi della luna, a distanza di quattro o cinque braccia dalla barca, lo stesso gorgogliare dell’acqua che già aveva dato annunzio della sommersione venne a rinovarsi, e si videro apparire, prima una chioma, poi un volto squallido con gli occhi aperti ma smorti, indi un corpo, che dopo essersi rizzato sino ai fianchi sopra al mare, ricadde supino secondando il capriccioso andamento dei flutti.
Nel petto del cadavere era piantato un pugnale di cui risplendeva il pomo d’oro.