Athos ed Aramis entrarono animosamente con i loro cavalli in quella inondazione; ma in breve i poveri animali vi affondarono sino al petto, e bisognò che i due gentiluomini si decidessero a lasciarli ed a prendere una barca, dopo avere raccomandato ai loro domestici di andare ad attenderli ai mercati.
In conseguenza arrivarono in barchetta al Louvre. Era notte già fatta, e Parigi vista così al lume di alcuni lampioni tremolanti fra tutti quei paduli, co’ suoi battelli carichi di pattuglie con armi risplendenti, con le grida di vigilia che di notte si ricambiano fra i posti di guardia, Parigi insomma presentava un aspetto che abbagliò Aramis, l’uomo più accessibile che mai potesse incontrarsi a sentimenti bellicosi. Giunsero dalla regina; però fu d’uopo far anticamera, sendochè nel momento Sua Maestà dava udienza a gentiluomini che recavano notizie d’Inghilterra.
«E anche noi, disse Athos al servo che gli dava questa risposta, non solo portiamo notizie d’Inghilterra, ma veniamo pure di là.
«Come vi chiamate?
«Il signor conte di la Fère e il signor cavaliere d’Herblay, replicò Aramis.
«Oh! allora, signori, fece il servitore udendo quei nomi dalla regina proferiti tante volte nella sua speranza, allora è tutt’altro, e credo che Sua Maestà non mi perdonerebbe di avervi fatto aspettare un momento. Seguitemi, di grazia».
E camminò avanti, precedendo i due forestieri.
Poi quando fu nella stanza ove stava la sovrana fece ad essi cenno di attendere, ed aperta la porta, disse:
«Signora, spero che Vostra Maestà mi perdoni di aver disobbedito ai di lei ordini, quando saprà che coloro cui vengo ad annunziarle sono i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay».
La regina diè un grido di giubilo, che dai gentiluomini fu inteso dal luogo ove si erano trattenuti.