«Sì signora», balbettò Chatillon.

Athos ed Aramis si fissavano in viso un coll’altro vieppiù attoniti.

«E che, condotto al patibolo, ella proseguiva, al patibolo! o mio signore, o mio re!... era stato salvato dal popolo pieno d’indignazione.

«Sì signora», rispose Chatillon con voce tanto bassa che a mala pena poterono i due gentiluomini, comunque attentissimi, udir questa affermazione.

La regina giunse insieme le mani con generosa riconoscenza, mentre la figlia le cingeva il collo con un braccio e la stringeva al seno, molle il ciglio di pianto.

«Ora, non altro ci rimane che presentare a Vostra Maestà l’umile nostro ossequio, disse Chatillon a cui pareva fosse di peso la parte che faceva, e che arrossiva sempre più sotto lo sguardo fisso e penetrante di Athos.

«Ancora un momento, signori, seguitò la regina trattenendoli con un cenno, un momento, di grazia! giacchè ecco i signori di la Fère e d’Herblay, che secondo avrete inteso vengono da Londra, e vi daranno forse come testimoni oculari dettagli a voi ignoti. Tali dettagli li recherete alla regina mia buona madre. Parlate, signori, vi ascolto; nulla mi nascondete, non abbiate alcun ritegno: subito che Sua Maestà vive, ed è salvo il regio onore, io sono indifferente a tutto il resto».

Athos impallidì e si posò una mano sul cuore.

«Ebbene! fece la sovrana che si accorse del pallore e del movimento; parlate, giacchè io ve ne prego.

«Perdonate, madama, rispose Athos, ma io nulla voglio aggiungere al racconto di questi signori innanzi ch’essi abbiano riconosciuto da per sè che forse si sono ingannati.