E si partì senza curarsi di essere o no seguitato. Il suo reggimento, che portava il nome di reggimento di Corinto, dal nome del suo arcivescovado, si mosse dietro di lui, e incominciò la zuffa.
Di Beaufort dal canto suo lanciava la sua cavalleria sotto la direzione del signor di Noirmoutiers, inverso Estampes, ove doveva trovare un convoglio di vettovaglie aspettato con ansietà dai Parigini. Di Beaufort si accingeva a sostenerlo.
Di Chanleu che comandava la piazza se ne stava col più forte delle sue truppe, pronto a resistere all’assalto, ed anche in caso che il nemico fosse respinto, a tentare una sortita.
A capo a mezz’ora era principiato il combattimento su tutti i punti.
Il Coadjutore, inasprito dalla fama di coraggioso di che godeva di Beaufort, si era scagliato innanzi e faceva in persona prodigi di valore. La sua vocazione, conforme sappiamo, era per la spada, ed egli andava contento ogni qual volta poteva trarla dal fodero, senza badare al perchè. Ma in quella circostanza, se aveva adempiuto bene al suo mestiere di soldato, aveva fatto malamente quello di colonnello. Con sette o otto cento uomini era ito ad urtarne tremila, i quali poi messi tutti in un mucchio riconducevano indietro i soldati del Coadjutore che giunsero alle mura nel massimo scompiglio. Però il fuoco dell’artiglieria di Chanleu fermò di botto l’armata reale, che per un istante sembrò avvilita. Ciò per altro fu di poca durata, ed essa andò a formarsi di nuovo a tergo a un gruppo di case ed a un picciol bosco.
Chanleu stimò giunto il momento; corse alla testa di due reggimenti per inseguire il regio esercito. Questo, bensì, come accennammo, si era ricomposto e riedeva alla carica, guidato dal signore di Chatillon. Fu così aspra e ben diretta la carica, che Chanleu ed i suoi si trovarono pressochè attorniati. Chanleu ordinò la ritirata, la quale principiò ad effettuarsi. Per disgrazia egli cadde ferito mortalmente.
Di Chatillon lo vide piombare a terra, ed annunziò ad alta voce quella morte, che accrebbe il coraggio della regia armata e demoralizzò appieno i due reggimenti con cui Chanleu aveva fatta la sortita. In conseguenza ciascuno pensò alla propria salvezza, e più non si occupò di altro che di arrivare ai trinceramenti appiè dei quali il Coadjutore tentava di rimettere a sesto il suo reggimento sconquassato.
Ad un tratto uno squadrone di cavalleria venne ad incontrare i vincitori, ch’entravano confusi e misti coi fuggiaschi nelle trincee. Athos ed Aramis agirono, quegli col brando nel fodero e la pistola nelle saccoccie, e questi con la pistola e il brando in pugno. Athos era quieto e freddo come alla parata, se non che il bello e nobile suo sguardo si attristava nel vedere uccidersi scambievolmente tanti uomini sacrificati per un lato dalla regia ostinazione e per l’altro dal rancore dei principi; Aramis all’opposto ammazzava, e s’inebbriava poco a poco secondo la sua abitudine; gli occhi vivaci gli diventavano infuocati; la bocca di un taglio sì delicato sorrideva in modo tetro; le narici mezzo aperte traevano a sè l’odore del sangue; ogni suo colpo coglieva a segno, ed il pomo della sua pistola accoppava e rifiniva il ferito che avesso sperato di rialzarsi.
Dall’altra parte, e nelle file dell’esercito reale, due cavalieri, uno con l’usbergo dorato, l’altro con una semplice pelle di bufalo da cui uscivano le maniche di un giustacuore di velluto turchino, tiravano nel primo rango. Colui dall’usbergo indorato venne ad urtare Aramis e gli diè una stoccata, che da questo fu parata con la sua ordinaria abilità.
«Ah! siete voi, signor di Chatillon! fece il sopraggiunto; siate ben venuto, vi attendevo.