In quell’atto, il signor Principe, il quale sosteneva Chatillon in seconda linea, comparve in mezzo alla zuffa: fu visto a folgoreggiare il suo occhio da aquila, fu riconosciuto dalle botte che dava.

Al suo aspetto, il reggimento dell’arcivescovo di Corinto, cui il Coadjutore per quanti sforzi tentasse non era valso a riordinare, si scagliò fra le truppe parigine, atterrò tutto, e rientrò fuggendo in Charenton, e lo percorse per intero senza mai fermarsi. Il Coadjutore da quello trascinato ripassò presso al gruppo formato da Athos, Aramis e Raolo.

«Ah ah! disse Aramis, che nella sua gelosia non poteva a meno di rallegrarsi dello scacco provato dal Coadjutore, monsignore, voi dovete conoscere quel che si legge....

«E che ha da fare quel che si legge.... con quel che ora mi avviene?

«Che oggi il signor Principe vi tratta molto bene, per quanto veggo.

«Animo, animo! fece Athos, ma non bisogna aspettar qua le cerimonie. Avanti! avanti!.... o piuttosto indietro! giacchè la battaglia mi pare perduta per quei della Fronda.

«Poco m’importa! rispose Aramis, io non ero venuto se non per incontrare il signor di Chatillon; l’ho trovato, e sono contento. Un duello con un Chatillon! è cosa che fa onore!

«E di più un prigioniero! soggiunse Athos additando Raolo».

E i tre a cavallo seguitarono il viaggio di galoppo.

Il giovanetto aveva palpitato di gioja ritrovando suo padre. Andavano l’uno accanto dell’altro, con la mano sinistra di Raolo nella destra di Athos.