«Avete ragione, replicò Athos, continuiamo».
Sarebbe impossibile esprimere l’inquietudine e l’impazienza dei due gentiluomini: l’inquietudine era pel cuore tenero ed amichevole di Athos, l’impazienza per la mente facile a sconcertarsi di Aramis. Sicchè entrambi galopparono per tre o quattro ore, tanto da frenetici quanto i due cavalieri dipinti sul muro. Ad un tratto, in una gola ristretta fra la scarpa di due muraglie, videro la strada mezzo chiusa da una pietra enorme; era accennato di questa il posto primitivo sur un lato della scarpa, e il vuoto che vi aveva lasciato mediante l’estrazione, provava che non poteva esser caduta di per sè sola, mentre il suo peso dimostrava che a farla muovere era abbisognato il braccio di un Encelado o di un Briareo.
Aramis si ristette a guardare la pietra.
«Oh! disse, qui v’è dell’Ajace di Telamone o del Porthos. Scendiamo, conte, e si esamini questo masso».
Andarono tutti e due abbasso. La pietra era stata portata col chiarissimo scopo di chiudere la strada ai cavalieri; dunque era stata collocata da prima per traverso; poscia avendo incontrato in essa un ostacolo, erano smontati e l’avevano tolta dal posto.
I due amici esaminarono il sasso da tutti i lati esposti alla luce; esso non offeriva niente di straordinario. Chiamarono Blaisois e Grimaud, e tutti e quattro insieme pervennero a rivoltare il masso: sul lato che toccava a terra era scritto:
«C’inseguono otto cavalleggieri. Se arriviamo sino a Compiegne, ci tratterremo al Pavone coronato; l’oste è amico nostro».
«Ecco qualcosa di positivo, disse Athos, ed in un caso o nell’altro sapremo come regolarci; andiamo al Pavone.
«Sì, ribattè Aramis, ma se vogliamo giungere sin là, diamo un po’ di riposo ai nostri cavalli; in verità, sono quasi attrappati».
Ed Aramis non diceva mica bugia. Si fermarono alla prima frasca; fecero inghiottire ad ogni palafreno doppia dose di avena bagnata nel vino; dettero a questi tre ore di quiete, e si avviarono da capo. Anche gli uomini erano oppressi da stanchezza, ma li reggeva la speranza.