Si girò un gentiluomo; era quello che ad Athos era sembrato di ravvisare. Salutò il conte amichevolmente.

«Aramis! disse Athos, sono arrestato.

«Bene, rispose con flemma Aramis.

«Signore, seguitò Athos presentando civilmente il suo brando a Comminges, ecco la mia spada: piacciavi custodirla bene onde rendermela quando uscirò di prigione. Mi preme assai: fu data dal re Francesco I al mio avolo. Nel tempo suo si armavano i gentiluomini, non si disarmavano. Ed ora dove mi guidate?

«Prima di tutto nella mia camera, fece Comminges, dipoi la regina fisserà il luogo dell’ulteriore vostro domicilio».

Athos andò appresso a Comminges senza aggiungere parola.

LXXXV. Regia autorità di Mazzarino.

L’arresto di Athos non aveva fatto strepito, non cagionata pubblicità, ed anche era restato quasi ignoto. Così non aveva in verun modo incagliato il corso degli avvenimenti, e la deputazione mandata dalla città di Parigi fu avvertita solennemente che tosto comparirebbe davanti alla sovrana.

E la regina la ricevè, tacita e superba al suo solito; ascoltò le lagnanze e le suppliche dei deputati, ma quando essi ebbero terminati i loro discorsi, nessuno avrebbe potuto asserire ch’essa li avesse uditi, tanto si manteneva al sembiante indifferente.

In compenso di ciò, Mazzarino, presente all’udienza, capiva ottimamente ciò che da loro chiedevasi: ed era la dimissione, il licenziamento di lui in termini chiari e precisi, puramente e semplicemente.