Chiamò Porthos con un gesto e gli additò il vacuo e gli scalini.

Entrambi si guatarono confusi, perplessi.

«Se non volessimo altro che oro, disse sommessamente il Guascone, avremmo trovato il nostro bisognevole, e saremmo ricchi in eterno.

«E come?.

«Non intendete, Porthos, che in fondo a questa scala, secondo ogni probabilità, è il famoso tesoro di Mazzarino di cui tanto si parla, e che a noi basterebbe scendere, vuotare una cassa, rinchiudervi dentro il ministro, andarcene portando via quant’oro potessimo tirar con noi, rimettere al posto quel melarancio, e nessuno al mondo ci domanderebbe donde ci viene la nostra ricchezza, nemmeno il ministro?

«Sarebbe un bel colpo per dei villani, disse Porthos, ma mi pare indegno di due gentiluomini.

«Così penso io pure, e perciò vi ho detto: se non volessimo altro che oro, ma noi abbiamo altro in mira».

Nell’istante, e quando d’Artagnan si chinava verso il sotterraneo per ascoltare, gli colpì l’orecchio un suono metallico e duro come di un sacco d’oro che sia mosso. Egli si scosse. Tosto fu chiusa una porta, e sulla scala comparvero i primi riflessi di un lume.

Mazzarino aveva lasciata la sua lampada nel locale degli agrumi, per far credere che passeggiasse, ma aveva una candela di cera per visitare il misterioso suo forziere.

«Eh eh! diceva in italiano intanto che saliva lentamente, esaminando un sacco ben rotondo di reali, eh eh! ecco con che pagare cinque consiglieri al Parlamento, e due generali di Parigi. Ancor io sono un gran capitano; soltanto fo la guerra alla mia maniera».