Mazzarino si alzò, passeggiò un poco, più pensieroso che abbattuto; indi fermatosi ad un tratto:
«Signori, e quando avrò sottoscritto, qual sarà la mia garanzia?
«La mia parola d’onore, proferì Athos».
Mazzarino si scosse, si volse verso il conte di la Fère, esaminò per un istante quel volto leale e nobile, e presa la penna, disse:
«Questa mi basta, signor conte».
E firmò.
«Adesso, signor d’Artagnan, soggiunse poi, preparatevi a partire per San Germano, ed a portare alla regina una mia lettera».
XCII. Qualmente con una penna e una minaccia si fa meglio e più presto che con la spada e lo zelo.
D’Artagnan era istrutto in mitologia; sapeva che l’occasione ha un solo ciuffo di capegli, da cui si possa afferrarla, e non era uomo da lasciarla passare senza fermarla dal toppè. Organizzò un metodo di viaggio pronto e sicuro, mandando anticipatamente dei cavalli da muta a Chantilly, in guisa ch’ei potrebbe essere a Parigi in cinque o sei ore. Ma innanzi di partire riflettè che per un giovane di spirito e d’esperienza, era una posizione singolare quella di camminare all’incerto, e dietro di sè andar lasciando codesta incertezza.
«Infatti, diceva fra sè stesso sul punto di salire a cavallo per adempiere al periglioso suo incarico, Athos è un eroe da romanzo per la generosità; Porthos, un’indole ottima, ma soggetto alle altrui influenze; Aramis, un viso geroglifico, cioè impossibile sempre a leggersi. Che produrranno questi tre elementi, quando io non sarò più là a ricongiungerli insieme? Forse la liberazione del ministro! e questa è la rovina delle nostre speranze, e le speranze nostre sono finora l’unica ricompensa di venti anni di fatiche a confronto delle quali quelle di Ercole sono opere da pigmei».