D’Artagnan se n’andò da Aramis.

«Voi, caro cavaliere d’Herblay, gli disse, siete la Fronda incarnata; diffidatevi adunque di Athos, che non vuol fare gli affari di veruno, e tampoco i suoi propri; diffidatevi specialmente di Porthos, che per dare nel genio al conte, cui considera come una Divinità sulla terra, lo ajuterà a far fuggire Mazzarino, se questi ha tanto giudizio da piangere un pochino o da mostrar sentimenti cavallereschi».

Aramis mosse il suo solito sorrisetto scaltro e risoluto.

«Non temete, rispose, ho da stabilire le mie condizioni. Io non lavoro per me, ma per gli altri, e bisogna che la mia piccola ambizione tenda a profitto di chi si spetta.

«Bene! pensò d’Artagnan, per questo lato sto quieto».

Strinse la mano ad Aramis, e se n’andò da Porthos.

«Amico, gli disse, voi avete lavorato tanto con me per costruire l’edifizio della nostra fortuna, che nel momento in cui siamo a procinto di cogliere il frutto delle nostre fatiche sarebbe una ridicola baggianata se vi lasciaste dominare da Aramis, del quale vi è nota la scaltrezza (diciamolo pure fra noi) non sempre scevra da egoismo, o da Athos, uomo nobile e disinteressato, ma anche stuccato e indifferente, che nulla più bramando per sè stesso, non comprende che gli altri bramino qualche cosa. Che direste se uno o l’altro di quei nostri amici vi proponesse di lasciar andare Mazzarino?

«Oh! direi che abbiamo stentato troppo a pigliarlo, per levarcelo di mano così!

«Bravo, Porthos! ed avreste ragione, mio caro; perchè insieme con lui vi levereste di mano la baronia che avete bell’e pronta, senza contare che Mazzarino appena fosse fuori di qui vi farebbe appiccare.

«Veramente? lo credete?