«Alto là! disse d’Artagnan, tu mi fai paura. Se la realtà corrisponde alle apparenze, io sono perduto. Un uomo sì felice non abbandonerà la propria felicità, ed io perderò il mio tempo con lui come ho fatto con Aramis».
XIII. Come d’Artagnan, nel ritrovare Porthos, si accorgesse che non sempre le ricchezze formano la felicità.
D’Artagnan passò il cancello e si trovò di faccia al castello. Quando poneva piedi a terra comparve sul verone una specie di gigante. Si renda giustizia a d’Artagnan: a parte da ogni sentimento di egoismo, gli balzò il cuore di gioja all’aspetto di quell’alto personale e di quel volto marziale che gli rammentavano un uomo buono e prode.
Corse incontro a Porthos e si gettò nelle sue braccia. Tutta la servitù disposta in circolo, a distanza rispettosa, guardava con umile curiosità. Mousqueton in prima fila si asciugò gli occhi; il povero giovinotto non aveva cessato di piangere per l’allegrezza dacchè aveva riconosciuti d’Artagnan e Planchet.
Porthos prese a braccetto d’Artagnan, esclamando con voce che dal baritono era passata al basso:
«Ah! che piacere di rivedervi! dunque voi non mi avete obliato?
«Obliarvi! oh, caro du Vallon! e si dimenticano i più bei giorni della nostra gioventù, e gli amici affezionati, ed i pericoli affrontati insieme? e nel rivedervi, tutti i momenti dell’antica nostra esistenza si riproducono al mio pensiero.
«Sì, sì, seguitò Porthos procurando di dare alle basette quella piega elegante che avevano perduta nella solitudine, sì, al tempo nostro ne facemmo delle belle, e si diede da sudare ben bene a quel povero ministro!»
E cacciò fuori un sospiro.
D’Artagnan lo guardò fisso.