Passava un rimorso in mente a d’Artagnan, sebbene gli si fosse allargato il cuore: non gli spiaceva d’impegnare Porthos in una carriera in cui sarebbero compromesse la di lui vita e le fortune, giacchè Porthos arrischiava volentieri tutto questo pel titolo di barone che desiderava da quindici anni; ma Mousqueton che bramava solamente di esser chiamato Mouston, non era crudeltà il toglierlo dalla vita deliziosa del suo granajo di abbondanza? Mentre quest’idea lo confondeva, ricomparve Porthos.
«A tavola! disse questi.
«Come a tavola? domandò d’Artagnan, e che ore sono?
«È passata l’un’ora.
«La vostra abitazione è un paradiso, Porthos! uno vi dimentica il tempo. Vi seguo, ma non ho fame.
«Venite; se non sempre si può mangiare, si può bere però; l’è una delle massime del povero Athos di cui ho riconosciuta la solidità dacchè m’infastidisco».
D’Artagnan, renduto ognora assai sobrio dal suo naturale guascone, non sembrava convinto al pari del suo amico della verità dell’assioma di Athos; nulladimeno fece quanto potè per mantenersi a petto del suo accoglitore.
Frattanto, stando a veder mangiare Porthos, e bevendo egli benone, gli tornava in capo l’idea di Mousqueton, e ciò con tanto più di forza in quanto che quest’ultimo, senza servire a tavola (lo che sarebbe stato al disotto della nuova sua posizione), compariva tratto tratto sull’uscio, e dimostrava la sua gratitudine per il nostro tenente mediante la qualità e la vecchiezza dei vini che faceva imbandire.
E quindi, allorchè alle frutta, Porthos dietro un cenno di d’Artagnan ebbe mandati via i suoi domestici; e i due amici si trovarono soli, d’Artagnan disse:
«Porthos, e chi vi accompagnerà nelle vostre campagne?