Era quel tempo addietro sì terribile che faceva l’adesso tanto dolce.

«Mio Dio! che sento? esclamò egli con uno sguardo anco più supplice del primo diretto a d’Artagnan.

«Che volete, Mouston mio? fece questi, la fatalità....»

Ad onta della precauzione usata dal tenente di non dargli del tu e scorciare il suo nome nel modo ch’egli ambiva, la botta fu tremenda per Mousqueton, ed esso se ne andò tutto sconvolto dimenticando per fino di chiuder l’uscio.

«Che caro Mouston! non cape nella pelle dal contento! disse Porthos, nella medesima guisa in cui è da credere che don Chisciotte incoraggisse il suo Sancho a por la sella al suo somaro per l’ultima campagna».

I due amici rimasti soli si misero a discorrere dell’avvenire ed a far mille castelli in aria. Il buon vino faceva vedere a d’Artagnan una prospettiva tutta rilucente di doppie e dobloni, ed a Porthos il cordone turchino ed il manto ducale. La sostanza si è che dormivano sulla tavola quando venne la servitù ad invitarli ad andare a letto.

Nel dì seguente però Mousqueton fu alquanto riconfortato da d’Artagnan, il quale gli annunziò come probabilmente la guerra avrebbe sempre luogo nel cuor di Parigi, ed a portata del castello di Vallon ch’era vicino a Corbeil, di Bracieux ch’era prossimo a Melun, e di Pierrefonds ch’era tra Compiegne e Villers-Cotterets.

«Ma mi pare che in passato.... fece timidamente il buon servo.

«Oh! rispose il tenente, non si guerreggia più nella maniera che si usava in passato: oggidì sono faccende diplomatiche; domandalo a Planchet».

Mousqueton andò a ricercare quegli schiarimenti dall’antico suo amico, che confermò appieno ciò che avea detto d’Artagnan, e soltanto aggiunse: