E si separarono sui limiti della tenuta di Pierrefonds, sino all’estremità della quale Porthos volle accompagnare l’amico.

«Almeno non sarò solo, ruminava fra sè d’Artagnan. Quel diavolaccio di Porthos è ancora in tutto il vigore. Se viene Athos saremo tre a farci beffe di Aramis, quell’uomo tutto riserbatezza e pien di raggiri amorosi».

Da Villers-Cotterets egli scrisse al ministro:

«Monsignore,

«Ne ho di già uno da offrire a Vostra Eccellenza, e quello vale per venti uomini. Io parto per Blois, perchè il conte di La Fère abita nel castello di Bragelonne nelle vicinanze di questa città».

E s’incamminò verso Blois, chiaccherando con Planchet, che nel lunghissimo viaggio gli giovava assai a distrarsi.

XV. Due teste da angioli.

Si trattava di un lungo cammino, ma d’Artagnan non se ne prendeva pensiero; sapeva che i suoi cavalli si erano rinfrescati alle ben fornite mangiatoie del signore de Bracieux. Si avventurò quindi con tutta confidenza alle quattro o cinque giornate di viaggio che aveva da fare, seguito dal fido Planchet.

Siccome già dicemmo, quei due uomini, per iscacciare la noja del tragitto, andavano uno accosto all’altro e ciarlavano sempre insieme. D’Artagnan a poco a poco si era spogliato della qualità di padrone, e Planchet aveva deposta affatto la pelle da servitore. Era un accorto volpone, che dopo l’improvvisa sua dignità borghese spesso aveva ricordati con rammarico i bei pasti di sulle strade maestre, non meno che la conversazione e la brillante compagnia dei gentiluomini, e che sentendo di avere un certo valore personale, pativa nel vedersi deprezzare dal perpetuo contatto di genti d’idee sciocchissime.

S’inalzò pertanto in breve tempo, verso di quello che tuttavia chiamava suo padrone, al rango di confidente. D’Artagnan da molti anni non aveva sfogato il proprio cuore. Accadde che ritrovandosi, que’ due soggetti si aggiustarono fra di loro egregiamente.