A tali parole apparve un’emozione visibilissima sopra il bel volto e i quieti lineamenti di Athos. Ei fece sollecito due passi verso il tenente senza lasciarlo d’occhio, e se lo strinse teneramente fra le braccia. Questi, calmatosi alquanto, premè lui al seno con una cordialità che gli brillava in lacrime nel ciglio.

Athos lo prese per mano e lo guidò in sala, dov’erano riunite parecchie persone. Tutti si alzarono.

«Vi presento, disse Athos, il signor cavalier d’Artagnan, tenente nei moschettieri di Sua Maestà, amico affezionato, ed uno dei più prodi ed amabili gentiluomini ch’io abbia mai conosciuti».

D’Artagnan, secondò l’uso, ricevè i complimenti degli astanti, li restituì come meglio potè, prese posto nel circolo, e mentre la conversazione, interrotta un momento, diventava di nuovo generale, si mise ad esaminar Athos.

Cosa strana! Athos era appena invecchiato. I suoi begli occhi, liberi da quel cerchio paonazzo che segnano le vigilie e le orgie, sembravano più grandi e di un fluido più puro che mai: il viso un poco allungato aveva acquistato in maestosità ciò che perduto aveva in agitazione febbrile; la mano, sempre di mirabile modello e nerboruta, non ostante la sottigliezza delle carni, rispondeva sotto i manichini di merletti, come certe mani del Tiziano e di Van Dyck; era più svelto che non fosse in passato; le spalle ben distese e larghe dinotavano vigore non comune; i lunghi capelli neri, frammischiati da pochissimi grigi, gli cadevano elegantemente sull’omero ondulandosi come per una piega naturale; la voce era sempre fresca quasi che avesse avuto soli venticinque anni; e i denti superbi conservatisi bianchi ed intatti davano un indicibile incanto al suo sorriso.

Frattanto gli ospiti del conte, accortisi dalla impercettiblle freddezza della conversazione che i due amici erano ansiosi di trovarsi soli, cominciarono a preparare con l’arte e la cortesia dei tempi antichi la loro partenza, quell’affare gravissimo delle genti d’alta società, quando vi erano genti di alta società; ma allora echeggiò nel cortile grande susurro di cani che abbajavano, e varie persone dissero insieme:

«Ecco Raolo che ritorna!»

Al nome di Raolo, Athos guardò d’Artagnan, e sembrò che aspettasse di discernere i segni di curiosità che questo nome doveva fargli nascere sul volto. D’Artagnan però non capiva ancor nulla; era malamente rinvenuto dal suo primo bagliore. Sicchè si girò quasi macchinalmente, quando entrò nella stanza un bel giovane di quindici anni, vestito con semplicità, ma con un gusto squisito, alzando con molta grazia il cappello adorno di lunghe penne rosse.

Eppure quel nuovo personaggio del tutto inaspettato lo sorprese. Un mondo d’idee novelle gli corse alla mente, spiegandogli con tutte le risorse del suo intendimento il cambiamento di Athos che sino allora gli era sembrato incomprensibile. Una singolare somiglianza tra il gentiluomo e il garzoncello gli schiariva il mistero di quella vita rigenerata. Aspettò guardando attento e stando in ascolto.

«Eccovi di ritorno, Raolo! disse il conte.