«Avete indovinato, amico mio, disse questo.

«E quegli è forse vostro commensale, vostro figlioccio, vostro parente... Oh! come siete variato, Athos mio!

«È un orfanello, abbandonato da sua madre presso un povero curato di campagna; io l’ho mantenuto, allevato.

«E dev’esservi attaccato assai?

«Credo che mi ami come se fossi suo padre.

«È specialmente molto grato?

«Oh! la gratitudine poi è scambievole, disse Athos, io gli debbo quanto egli deve a me, e se a lui non lo dico, lo dico però a voi, son io quello che abbia più obbligazioni.

«E come mai? fece il moschettiere attonito.

«Eh sì! egli fu che in me cagionò la variazione che osservate: mi risecchivo come un povero albero isolato che a nulla abbia rapporto sulla terra; non v’era se non se un affetto profondo che potesse farmi rimettere radice nella vita: un’amante? ero troppo vecchio; amici? non vi avevo più meco. Ebbene! quel fanciullo mi fece ritrovare tutto ciò che avevo perduto. Non mi sentivo più il coraggio di campare per me, campai per lui. Per un fanciullo le lezioni son molto, l’esempio val di più. Io gli ho dato l’esempio. Dei vizi che avevo, mi sono corretto; le virtù che non possedevo, ho finto di possederle. Sicchè non credo illudermi, d’Artagnan, ma Raolo è destinato ad essere un gentiluomo compito quando sia ancora al nostro secolo impoverito concesso di darne».

D’Artagnan guardava Athos con sempre maggiore ammirazione.