Nel momento si udì camminare un cavallo.

«È Raolo che ritorna, disse Athos, avremo notizie della povera fanciulla».

Realmente comparve al cancello il giovanetto, e rientrò nel cortile tutto coperto di polvere; indi smontando dal cavallo, e consegnando questo ad una specie di palafreniere, venne a salutare il conte ed il tenente con rispettosa civiltà.

«Questo signore, fece Athos volto a Raolo, e posando la mano sulla spalla a d’Artagnan, è il cavaliere d’Artagnan di cui mi avete inteso spesso a discorrere».

E Raolo direttosi al tenente, e riveritolo più profondamente, soggiunse:

«Il signor conte ha pronunziato davanti a me il vostro nome come un esempio ogni volta che gli è occorso di citare un gentiluomo generoso ed intrepido».

Il piccolo complimento scese dolcissimo al cuore di d’Artagnan. Questi porse la mano a Raolo rispondendogli:

«Giovane amico mio, tutti gli elogi che di me si fanno devono ritornare al signor conte, giacchè egli formò la mia educazione in tutte le cose, e non è sua colpa se l’allievo abbia profittato poco o punto; ma egli si rifarà sopra di voi, ne sono certo. Mi piace il vostro aspetto, Raolo, ed ho gradita la vostra cortesia».

Athos fu più contento che non sapremmo esprimere; mirò in viso d’Artagnan con riconoscenza: poi volse sopra Raolo uno di quegli stranissimi sorrisi di che i ragazzi vanno tanto gloriosi.

«Adesso, ripigliò il tenente a cui non era sfuggito quel giuoco alla mutola, adesso ne sono più che sicuro.