«È quella di Marignano; è il momento in cui uno de’ miei antenati dà la sua spada a Francesco I che aveva rotta la sua. Si fu in quella circostanza che Enguerrando di La Fère, mio avo, venne fatto cavaliere di S. Michele. Inoltre, dopo quindici anni, il re, che non si era dimenticato di aver combattuto ancor tre ore col brando dell’amico Enguerrando senza che questo si rompesse, gli donò quel mesciroba ed una spada che forse avrete vista in addietro da me e ch’è ugualmente un bellissimo capo di oreficeria. Quello era il tempo dei giganti, seguitò Athos, noi siamo tanti nani a petto a quegli uomini.... Sediamo, d’Artagnan, e ceniamo. Oh! (avvertì quindi al piccolo lacchè che aveva messa in tavola la zuppa) chiamate Carletto».
Il ragazzo uscì, e indi a un momento venne il domestico a cui i due viaggiatori si erano diretti al loro arrivo.
«Caro Carletto, gli disse Athos, vi raccomando particolarmente, per tutto il tempo che resterò qui, Planchet, servo del signor d’Artagnan. Gli piace il vino buono, voi avete la chiave della cantina; egli ha dormito per un pezzo malamente, e non gli deve increscere di aver un buon letto: procurateglielo, ve ne fo premura».
Carletto fece un inchino e se ne andò.
«Anch’esso è un brav’uomo, disse il conte, mi serve oramai da diciotto anni.
«Voi pensate a tutto, replicò d’Artagnan, e vi ringrazio per Planchet, mio caro Athos».
A questo nome Raolo spalancò gli occhi, come per assicurarsi che il tenente parlasse propriamente al conte.
«Raolo, gli disse Athos sorridendo, questo nome vi sembra bizzarro? Era il mio da guerra, quando il signor d’Artagnan, due valorosi amici, ed io, facevamo prodezze a la Rochelle sotto il defunto ministro, e sotto Bassompierre ch’è morto esso pure. Il signor d’Artagnan si degna conservarmi codesto nome di amicizia, e ad ogni volta che l’odo il mio cuore ne esulta.
«Quel nome era celebre, seguitò il tenente de’ moschettieri, e ottenne un giorno gli onori del trionfo.
«Che intendete dir mai? domandò Raolo con curiosità.