«Davvero non lo so» fece Athos.
«Che? vi siete scordato del bastione S. Gervasio, e del tovagliolo di cui tre palle fecero una bandiera? Io ho la memoria migliore della vostra, me ne sovvengo, ed ora, giovanotto, vi racconterò la faccenda».
E d’Artagnan narrò a Raolo tutta la storia del bastione, siccome Athos aveva narrata a lui quella del suo avolo.
A tal relazione parve al giovanetto di udire il racconto di uno dei fatti descritti dal Tasso, o dall’Ariosto, spettanti ai prestigiosi tempi della cavalleria.
«Ma ciò che non vi dice d’Artagnan, soggiunse Athos, si è ch’egli era uno de’ migliori combattenti dell’epoca; garretto di ferro, pugno d’acciajo, colpo d’occhio sicuro, sguardo di fuoco, ecco quanto offeriva all’avversario; aveva diciotto anni, tre anni più di voi, Raolo, la prima volta ch’io lo vidi all’opra e contro ad uomini sperimentati.
«Ed il signor d’Artagnan fu vincitore? domandò Raolo, a cui brillavano le pupille durante quella conversazione e sembrava implorassero ulteriori dettagli.
«Ne uccisi uno, se non isbaglio, disse il tenente interrogando Athos collo sguardo, l’altro lo disarmai, o lo ferii, non mi ricordo....
«Sì, lo feriste.... Ah, eravate un fiero atleta!
«Ed ancora non ho perduto di troppo; contento, riprese d’Artagnan con la risatina da Guascone, ed ultimamente pure....»
Athos lo fissò in viso in maniera che gli chiuse la bocca, e disse a Raolo: