«Vuo’ che sappiate voi, mio caro, che vi credete spada fina, e nella vostra vanità potreste un giorno soffrirne qualche spiacevole disinganno, vuo’ che sappiate quanto è pericoloso l’uomo che congiunge il sangue freddo all’agilità, giacchè non potrei mai ritrovarne un più chiaro esempio: pregate domani il signor d’Artagnan, qualora non sia troppo stanco, di darvi una lezione.
«Diamine! ripicchiò d’Artagnan, voi, Athos, siete pure buon maestro, soprattutto per le qualità che di me vantate. Anche oggi Planchet mi parlava del famoso duello del recinto dei Carmelitani con lord de Winter ed i suoi compagni.... Giovanetto! ei proseguiva, qui dev’esservi in qualche luogo una spada, che spesse fiate io chiamai la prima del reame.
«Oh, avrò guastata la mia mano con quel fanciullo! fece Athos.
«Mio caro, vi sono mani tali che non si guastano, ma che sciupano le altre» disse il tenente.
Raolo avrebbe voluto si prolungasse tutta la notte il colloquio; ma il conte gli fece osservare come l’ospite loro doveva essere stanco e aver d’uopo di riposo. D’Artagnan si difese con molta cortesia. Athos insistè perchè ei pigliasse possesso della sua camera. Raolo condusse a quella il forestiero, ed Athos figurandosi che si tratterrebbe più tardi che potesse onde fargli riepilogare tutte le prodezze dei tempi giovanili, venne a prenderlo dopo un momento, e chiuse quella buona serata con una stretta di mano cordialissima, augurando la felice notte al moschettiere.
XVII. Diplomazia di Athos.
D’Artagnan erasi coricato, non tanto per dormire, quanto per esser solo e ripensare a tutto ciò che aveva udito e veduto in quella sera.
Essendo egli di ottimo naturale, e avendo avuto per Athos sino da principio una spontanea propensione, la quale aveva terminato col diventare sincera amicizia, gli fu grato il trovare un uomo che brillasse d’intendimento e di vigore anzichè l’abbietto ubriaco cui si attendeva di rivedere sdrajato sul letame a digerire il vino tracannato; si rassegnò pure senza difficoltà alla costante superiorità di Athos sopra di lui, ed invece di risentire il disappunto e l’astio che avrebbero attristato un animo men del suo generoso, non provò in sostanza che uno schietto e onesto giubilo il quale gli fe’ concepire per le sue attrattive le più favorevoli speranze.
Bensì parevagli di non ritrovare Athos chiaro e franco sovra tutti i punti. Che giovanetto era quello, ch’egli diceva di aver adottato, e che tanto gli somigliava? d’onde il ritorno alla vita di società e l’esagerata sobrietà da lui notata nel medesimo a mensa? Ed una cosa, in apparenza inconcludente, cioè l’assenza di Grimaud, da cui in addietro Athos non poteva separarsi, e del quale neppur si era proferito il nome non ostante che si fosse cercato di entrare su quel proposito, inquietava d’Artagnan. Dunque egli non possedeva più la fiducia dell’amico, ovvero Athos era legato da qualche catena invisibile, o anche anticipatamente prevenuto contro la visita ch’ei gli faceva?
Non potè a meno di riflettere a Rochefort ed a ciò ch’esso gli aveva detto nella chiesa di Nostra Signora. Che Rochefort lo avesse preceduto recandosi presso del conte?