Entrò l’uffiziale. Era un uomo grande e grosso, paffuto e di buona cera. Aveva un’aria di tranquillità, che inquietò il ministro.

«Quel briccone mi pare un imbecille, questi borbottò».

L’altro rimaneva in piedi accanto all’uscio.

«Venite qua, disse Mazzarino».

Ed il birro obbedì.

«Sapete quel che qui si dice? fece il ministro.

«No, Eccellenza.

«Che il signor di Beaufort fuggirà da Vincennes, se non lo ha digià fatto».

Sul viso dell’agente si vide grande stupore. Aprì esso ad un tempo e i piccoli occhi e la larga bocca per godersi meglio la facezia che l’Eccellenza gli faceva l’onore d’indirizzargli; poi non potendo più mantenersi serio a tale supposizione, diede in uno scroscio di risa, ma sì forte che dall’ilarità gli si scuotevano tutte le membra come per effetto di febbre.

A Mazzarino fu grato quello sfogo, poco però rispettoso; non cessò peraltro di conservare il suo più grave aspetto.