Realmente fu vicina a compiersi la sua predizione, ma in altro modo da quel ch’egli aveva immaginato, imperocchè, morto Richelieu, contro ogni aspettativa, le cose continuarono a andare come per lo passato; de Tremblay non venne fuori, e Bassompierre stette in procinto a non venir più fuori.

Sicchè il signor de Tremblay era tuttavia governatore della Bastiglia, quando vi si presentò d’Artagnan per eseguire i cenni di Mazzarino; lo accolse con la maggior cortesia, ed essendo precisamente per mettersi a tavola, lo invitò a cena seco.

«Lo farei con tutto il piacere, disse d’Artagnan, ma se non isbaglio sulla sopraccarta è scritto: di premura.

«Sì sì, confermò de Tremblay, olà, maggiore! fate scendere il numero 256».

Chi entrava nella Bastiglia cessava d’esser uomo e diventava numero.

D’Artagnan si sentì i brividi udendo stridere le chiavi, e perciò rimase a cavallo senza volere smontare, guardando le inferriate, le finestre affondate, i muri enormi che non aveva mai veduti se non dal lato opposto del fosso, e che una ventina d’anni addietro gli aveano fatta tanta paura.

Fu dato un tocco di campana.

«Vi lascio, gli disse de Tremblay, mi chiamano per sottoscrivere il permesso di uscita del prigioniero. A rivederci, signor d’Artagnan.

«Dio mi punisca se ti rendo il tuo augurio! bucinò d’Artagnan, accompagnando l’imprecazione con un sorriso gentilissimo; per essere stato cinque soli minuti nel cortile mi sento di già male. Animo, mi accorgo che ho ancora più genio a morire sulla paglia, lo che probabilmente mi succederà, che a porre insieme dieci mila lire di rendita con essere governatore della Bastiglia».

Appena terminava questo monologo comparve il carcerato. Al mirarlo d’Artagnan fece un atto di stupore, ma tosto lo represse. Quegli salì in carrozza senza mostrare di aver ravvisato d’Artagnan.