Del rimanente, ell’era sempre la medesima pazza creatura che diede a’ suoi amori un tal carattere di originalità da far che questi diventassero una sorta d’illustrazione pella sua famiglia.
Stava in un piccolo gabinetto che dava con la finestra sul giardino. Secondo la moda messa su da madama di Rambouillet nel fabbricare il suo palazzo, il parato era tutto di una specie di damasco cilestro a fiori color di rosa e foglie d’oro. Grande atto di civetteria era pure in una femmina dell’età della Chevreuse lo starsene in un simil gabinetto, e soprattutto nella positura in cui si teneva in quel momento, cioè distesa in un seggiolone bislungo, con la testa appoggiata alla tappezzeria.
Aveva in mano un libro mezz’aperto, e poi un cuscino per reggere il braccio che sosteneva il libro.
All’annunzio del lacchè sollevò un poco il capo e lo avanzò curiosetta.
Comparve Athos.
Era vestito di velluto violetto con guarnizione di passamani consimili; gli aghetti erano di argento ben brunito, sul suo manto non vi era alcun ricamo d’oro, ed una semplice piuma paonazza gli avvolgeva il cappello nero.
Ai piedi aveva gli stivali di cuojo nero, e al cinturino inverniciato gli pendeva quella spada dalla magnifica impugnatura che tante volte Porthos ammirò in via di Feron, ma che Athos non volle mai imprestargli. Di superbe trine si formava il collo della camicia, e trine eguali ricadevano sulle rivolte degli stivali.
Nell’individuo annunziato a madama di Chevreuse sotto nome al tutto ignoto esisteva un tale aspetto di gran gentiluomo, ch’essa si alzò un pocolino sulla vita ad accennargli graziosamente che prendesse una sedia a lei vicina.
Athos s’inchinò ed obbedì. Il lacchè andava per ritirarsi, ed egli con un segno lo trattenne.
«Signora, disse alla duchessa, ho avuto l’audacia di presentarmi nel vostro palazzo senza essere da voi conosciuto; ben mi è riuscito, poichè vi degnaste ricevermi, e ardisco poi domandarvi una mezz’ora di colloquio.