«Era una cara donnetta, la Maria Michon, continuò Athos, una di quelle pazzarelle a cui passano sempre per la mente le idee le più singolari, uno di quegli esseri nati espressamente per mandarci in dannazione quanti siamo. E pensando che quegli che a lei dava ricovero era un abate, saltò in capo alla bricconcella che sarebbe stata una delle più allegre memorie per la sua vecchiaja (ella ne aveva digià parecchie altre) di fare anche a lui una burla.

«Conte! interruppe la signora di Chevreuse, in parola d’onore, voi mi spaventate.

«Ahimè! disse Athos, il povero galantuomo non era un Sant’Ambrogio, e lo ripeto, Maria Michon era una creatura adorabile.

«Signore! esclamò la duchessa afferrandogli ambe le mani, spiegatemi subito come sapete tutto questo, o che fo venire dal convento dei vecchi Agostini uno che vi esorcizzi».

Athos si mise a ridere.

«Madama, non v’è niente di più facile. Un cavaliere incaricato d’importante incombenza era venuto un’ora prima di voi a domandare ospitalità al presbiterio, nel momento appunto che il curato chiamato presso ad un moribondo si assentava non solo da casa sua ma anche dal villaggio per tutta la notte; l’uomo di Dio, pien di fiducia nel suo ospite, il quale d’altronde era gentiluomo, aveva ad esso abbandonato e casa e cena e camera. Quindi all’ospite del prete, e non al prete, Maria Michon chiedeva ricovero.

«E il cavaliere, il gentiluomo, l’ospite giunto innanzi a lei?

«Era io, conte di la Fère», disse Athos alzatosi a salutare rispettosamente la signora di Chevreuse.

Questa per un istante rimase stupefatta, poi ad un tratto dando una forte risata:

«Affè! disse, il caso è curiosissimo; e la pazza Maria Michon si trovò meglio che non isperasse. Sedete, conte, e ripigliate il filo della vostra narrazione.