Raolo, preparato a quella situazione dallo stato del proprio cuore ricolmo di mestizia, dalla maestà dei tempio che aveva tutto percorso, era sceso con passo lento e solenne; e si teneva in piedi e nuda la testa dinanzi a quella spoglia mortale dell’ultimo re, la quale non doveva andare a raggiungere gli avi suoi se non quando il suo successore verrebbe a raggiungere lui stesso, e che pareva restasse colà per dire all’umano orgoglio, facile tanto ad esaltarsi sul trono: «Polve terrestre, ti aspetto».
Fuvvi un momento di silenzio.
Dopo di che Athos alzando la mano, e additato il sepolcro, disse:
«Questa incerta sepoltura è quella di un uomo debole e senza alcuna grandezza, e che pur non ostante ebbe un regno pieno di avvenimenti.... perchè al disopra di questo re vegliava lo spirito di un altro uomo, come la lampada che qui mirate veglia sopra alla bara e le dà la luce. Quegli era re vero; l’altro non era che una larva in cui egli poneva l’anima sua. E bensì, tanto è possente presso di noi la maestà monarchica, che quell’uomo non ebbe tampoco l’onore di una tomba ai piedi di colui per la cui gloria adoprò la sua vita, imperocchè, e di ciò vi sovvenga, o Raolo, s’ei fece piccolo il re, fe’ ben grande la regale dignità. Codesto regno passò; il ministro temuto, terribile, odiato dal suo padrone, calò nella tomba, traendovi seco il re, cui non voleva lasciar viver solo, per tema al certo che distruggesse l’opera sua, dacchè un re non erige, non edifica, se non quando abbia seco o Dio, o lo spirito di Dio. Allora però, tutti considerarono la morte di Richelieu come una salvezza, ed io pure, tanto sono ciechi i contemporanei! spesso mi opposi ai disegni del gran uomo che teneva nelle sue mani la Francia, e che secondo queste apriva o stringeva, la soffocava o le dava aria a suo talento. Se non ci annientò me e gli amici miei, nella tremenda ira sua, fu di sicuro onde oggi io potessi dirvi: Raolo, sappiate sempre rispettare il re e la regale dignità. Raolo, ei mi sembra di vedere il vostro avvenire come traverso ad un nuvolo. Esso è, per quanto io creda, migliore del nostro. All’opposto da noi, che avemmo un ministro senza re, voi avrete un re senza ministro. Quindi potrete servire, amare e rispettare il sovrano. Se il sovrano divien mai un tiranno, imperciocchè il sommo potere ha tali vertigini che lo spingono talvolta alla tirannide, servite, amate e rispettate in lui la dignità regale, quella scintilla che fa la polve tanto grande e santa, che noi, pur gentiluomini d’alto grado, siamo sì poco davanti a quel corpo steso sull’ultimo gradino di questa scala com’è il corpo medesimo dinanzi al trono del Signore.
«Adorerò Iddio, disse Raolo, rispetterò la regia potestà, e se muojo procurerò di morire pel re, pella potestà regia e per Dio. Vi intesi io bene, o signore?»
Athos sorrise.
«Siete d’indole nobilissima, rispose, ed eccovi la vostra spada».
Raolo pose in terra un ginocchio, ed il conte seguitò:
«La portò mio padre, leale gentiluomo; io la portai, e qualche volta le feci onore quando in mia mano era l’elsa e mi pendeva al fianco il fodero. Se la vostra destra è ancor debole per maneggiare questa spada, meglio così! avrete maggior tempo onde imparare a non isguainarla se non quando essa debba mostrarsi.
«Signore, replicò il giovanetto, tutto io vi devo, ma questo brando è il più prezioso di tutti i vostri doni; lo terrò, ve lo giuro, come si spetta ad un uomo riconoscente».