Grimaud si accinse ad appagare le brame del custode. Questi ammiccò che aveva da dire qualche altra cosa.
«Parlate, fece il principe.
«Monsignore, se per cagion vostra mi succedono de’ guaj, non vi scordate che ho moglie e quattro figliuoli.
«Sta pur quieto. Caccia dentro, Grimaud!»
In un attimo fu messa la sbarra a la Ramée; si gettarono in terra due o tre sedie per dare indizio di lotta accanita; Grimaud prese dalle saccoccie del birro tutte le chiavi che contenevano, aprì subito l’usciale della stanza ove si trovavano, ed essendone usciti egli e il duca si avviarono solleciti alla galleria che conduceva al piccolo recinto; le tre porte furono aperte una dopo l’altra con lestezza che faceva onore all’abilità di Grimaud; i due arrivarono al giuoco della palla; questo era deserto, non sentinelle, nessuno alle finestre.
Il principe corse al muro di bastione, e adocchiò dal lato opposto dei fossi tre uomini con tre cavalli scossi; ricambiò con essi un cenno; stavano colà assolutamente per lui.
Frattanto Grimaud fissava il filo conduttore. Non era già una scala di fune, ma un gomitolo di seta, con un bastone che doveva passarsi tra le gambe e dipanarsi da sè mediante il peso che stesse disopra a cavalcioni.
«Va, ordinò il duca.
«Primo io? domandò Grimaud.
«Certo; se mi agguantano, arrischio soltanto la carcere; se ti agguantano sei tosto impiccato.