«È giusto».
E Grimaud postosi cavalcioni sul bastone principiò la scesa perigliosa. Il duca lo seguitava cogli occhi in un involontario timore. Giunto ai tre quarti del muro, si ruppe la corda. Grimaud cascò precipitato nel fosso.
Il signor di Beaufort mandò un grido. Grimaud non mandò tampoco un lamento, eppure doveva essersi ferito gravemente, poichè restava disteso nel luogo ov’era caduto.
Subito uno degli uomini che attendevano si calò nel fossone, legò sotto alle spalle di Grimaud la cima di una fune, e gli altri due che reggevano la cima opposta tirarono su il disgraziato.
«Scendete, monsignore! disse quegli che era andato abbasso, non v’è di distanza che una quindicina di piedi, e l’erbetta è morbida».
Il duca era digià all’opra. Per lui la faccenda riusciva più difficile, non avendo più bastone a cui sostenersi, e dovendo calarsi a forza di pugno da un’altezza di venticinque braccia. Ma era svelto, robusto e pieno di sangue freddo, e in meno di cinque minuti fu in fondo al cordone: lasciò l’appoggio che lo reggeva sino allora, e cadde ritto senza farsi male.
Tosto si arrampicò alla scarpa del fosso, ed arrivato sopra trovò Rochefort. Gli altri due gentiluomini gli erano ignoti. Grimaud, svenuto, stava legato sur un cavallo.
«Signori, disse il duca di Beaufort, vi ringrazierò poi: adesso non v’è da perdere un momento, via, presto! chi mi vuol bene mi segua!»
Saltò a cavallo, si partì di galoppo, respirando comodamente, e gridando con espressione di giubilo indescrivibile:
«Libero!.... libero!.... libero!....»