XXVI. D’Artagnan giunge opportuno.

D’Artagnan riscosse a Blois la somma che Mazzarino, bramoso di riaverlo presso di sè, si era deciso a dargli pe’ suoi futuri servigi.

Da Blois a Parigi v’erano quattro giornate di cammino per un cavalcante ordinario. Al terzo giorno verso le ore quattro pomeridiane d’Artagnan giunse alla barriera di S. Dionigi. Noi già vedemmo come Athos, partito tre ore dopo di lui, v’era arrivato ventiquattr’ore innanzi.

Planchet aveva perduto l’uso di quelle passeggiate forzate; d’Artagnan lo rimproverò della sua inerzia.

«Eh signor mio! quaranta leghe in tre giorni.... e’ mi pare un bel fare per un venditore di confetti!

«Sei realmente diventato mercante, Planchet? e adesso che ci siamo ritrovati, ti proponi sul serio di vegetare nella tua botteguccia?

«Oh! in verità, voi solo siete nato per la vita attiva. Guardate un po’ il signor Athos, chi direbbe che fosse l’azzardoso cercatore di avventure già da noi conosciuto? vive oggidì da signorone campagnuolo, da fattore gentiluomo.... Sentite veh! non v’è di meglio che un’esistenza quieta.

«Ipocrita! disse d’Artagnan, ben si vede che ti avvicini a Parigi, e che a Parigi v’è una corda e una forca che ti aspettano!»

Mentre così conversavano, i due viaggiatori giunsero alla barriera. Planchet si calava giù il cappello pensando che passerebbe da strade dov’era molto conosciuto, e d’Artagnan si arricciava i baffi rammentandosi che Porthos doveva attenderlo in via Tiquetonne, e ruminava il modo di fargli dimenticare la sua signoria di Bracieux e le omeriche cucine di Pierrefonds.

Voltato il canto della strada Montmartre vide, ad una finestra dell’albergo del Granchio, Porthos vestito con uno splendido giubbetto celeste tutto ricamato d’argento, che sbadigliava in maniera da sganasciarsi, a segno che i viandanti contemplavano con una certa ammirazione rispettosa quel signorone così bello e ricco, il quale sembrava tanto infastidito della sua grandezza e opulenza.