«Olivain, che veggo laggiù?»

Fuvvi un secondo grido più penetrante del primo.

«Eh! fece il servo, la corda della barca si è rotta, e la chiatta va alla deriva.... Ma, oh Dio! che v’è mai nell’acqua, che tanto si dibatte?

«Oh sì! disse Raolo guardando verso un dato punto del fiume illuminato oltremodo da’ raggi solari, un cavallo, un cavaliero!....

«Affondano! sommergono!» strillò Olivain.

Ed era vero, ed anche Raolo si accertava che fosse accaduta una disgrazia e che uno si annegasse. Allentò la briglia al suo destriero, gli cacciò gli sproni nella pancia, e l’animale, tormentato dal dolore e sentitosi aperto il varco, balzò di sopra a una specie di parapetto che contornava lo scalo, e cadde nell’acqua, mandando in lontananza grossi flutti di spuma.

«Ah signore! urlò Olivain, che fate mai, Signore Iddio!»

Raolo guidava il suo cavallo verso il disgraziato in pericolo. Era quello però un esercizio a cui egli era già avvezzo. Allevato sulle rive della Loira, era stato per così dire cullato fra le sue onde; cento volte l’aveva tragittata cavalcando, e mille a nuoto: chè Athos, prevedendo l’epoca in cui sarebbe soldato il visconte, lo aveva accostumato a tutte quelle imprese.

«Oh mio Dio! continuava Olivain disperato, che direbbe il signor conte se fosse qui!

«Avrebbe fatto come fo io! rispose Raolo spingendo innanzi vigorosamente la sua bestia.