«Troppo tardi! balbettò il giovane, troppo tardi!»

Gli passava l’acqua di sul capo e gli estinse la voce in bocca.

Raolo si slanciò dal cavallo, a cui lasciò il pensiero di salvarsi da sè, ed in tre o quattro bracciate fu vicino al gentiluomo. Afferrò tosto l’animale pel barbazzale, e sollevò la testa fuor dell’acqua; quello allora respirò più liberamente, e quasi avesse compreso che si veniva a dargli ajuto accrebbe oltre misura i suoi sforzi. Nel medesimo tempo Raolo pigliava una mano al giovinotto e la riportava sulla criniera, alla quale essa si aggrappò con la tenacità del misero ch’è presso ad annegarsi. E poi, Raolo, sicuro che il cavaliero non lascerebbe più libera la bestia, si occupò di questa e la diresse verso il lido.

Ad un tratto il palafreno inciampò in un basso fondo e si fermò sull’arena.

«Salvo! gridò colui dai capelli grigi ristandosi egli pure.

«Salvo!» ripetè macchinalmente il gentiluomo, togliendo la destra di sulla criniera e di sopra la sella calandosi fra le braccia di Raolo.

Raolo era lontano due passi e non più dalla sponda; vi portò il viaggiatore svenuto, lo distese sull’erba, gli sciolse i cordoni del collare e gli sfibbiò il giubbetto.

Dopo un minuto, quel tale dalla chioma bigia stavagli accanto.

Olivain, dopo essersi fatto più volte il segno della croce, era alfine approdato, e le genti della chiatta si avviavano meglio che potessero alla riva, ajutandosi con una pertica che per casualità si trovava nella barca.

A poco a poco, mercè l’assistenza di Raolo e di colui che accompagnava il giovine cavalcante, ritornò a mostrarsi la vita sulle pallide guancie del moribondo, il quale aprì gli occhi in principio erranti e smarriti, ma che ben presto si fissarono su colui che lo aveva salvato.