«Visconte, il vostro aspetto, la bontà vostra e il vostro coraggio mi attraggono verso di voi; digià vi avete tutta la mia riconoscenza. Abbracciamoci, vi chieggo la vostra amicizia.

«Signore, soggiunse Raolo rendendo al conte l’amplesso, vi amo già di tutto cuore; quindi, fate conto su di me come sopra un amico zelante.

«Dove andate, visconte?

«All’armata del signor Principe.

«E anch’io! esclamò il gentiluomo esultante; meglio, meglio, faremo insieme il primo sparo di pistola!

«Ottimamente, ottimamente! disse l’ajo, vogliatevi bene; giovani tutti due, non avete di certo che una medesima stella, e dovevate incontrarvi».

I due signorini sorrisero con la fiducia degli anni giovanili.

«Ora, seguitò l’ajo, vi conviene mutar panni; i vostri domestici, ai quali ho dati degli ordini appena sono usciti dalla chiatta, debbono essere digià arrivati alla locanda; e si saranno messi a scaldare biancheria e vino. Venite».

I bei gentiluomini non avevano obiezioni da allacciare alla proposta ed anzi la trovarono buonissima. Saltarono subito a cavallo, guardandosi e ammirandosi scambievolmente. Erano in fatti due eleganti cavalieri, di personale snello e alto, e volti nobili, fronte aperta, sguardo dolce eppur altero, sorriso gentile e accorto. De Guiche poteva aver diciotto anni, ma era poco più grande di Raolo, il quale ne aveva quindici. Si porsero la destra con un moto spontaneo, e dando di sprone fecero l’uno accanto all’altro il tragitto dal fiume all’albergo, quegli, stimando buona e lieta la vita ch’era stato in procinto di perdere, questi, ringraziando Iddio di aver vissuto già abbastanza per aver fatto qualche cosa ch’esser dovesse gradita al suo protettore.

Olivain poi era il solo non molto soddisfatto della bellissima azione del suo padrone. Si torceva le maniche e le falde del giustacuore, pensando che una fermata a Compiegne gli avrebbe risparmiato non soltanto l’accidente dal quale era egli scapolato, ma anco il mal di petto ed i reumatismi che naturalmente dovevano resultarne.