XXXIII. Scaramuccia.

Fu breve la permanenza a Noyon, ed ivi tutti dormirono di sonno profondo. Raolo aveva raccomandato che lo destassero se giungeva Grimaud, ma Grimaud non giunse.

I cavalli dal canto loro apprezzarono senza dubbio le ott’ore di assoluto riposo e lo strame abbondante che furon loro concessi. Il conte di Guiche fu destato la mattina alle cinque da Raolo che venne ad augurargli il buon giorno. Fecero colazione prestissimo, ed alle sei avevano già fatto un pajo di leghe.

Il conversare del giovane conte era molto interessante per Raolo. Perciò questi ascoltava attento, e quegli raccontava sempre. Di Guiche, educato in Parigi, dove Raolo non era stato che una volta, in corte, che Raolo non avea mai veduta, le sue scappataggini da paggio, due duelli che avea saputo procurarsi a dispetto degli editti e particolarmente del suo ajo, erano cose curiosissime pel visconte di Bragelonne. Raolo non era stato se non in casa di Scarron, e nominò a Guiche le persone da lui viste colà. Guiche le conosceva tutte, la Neuillan, la d’Aubigné, la Scudery, la Paulet, la Chevreuse; le burlò quasi tutte col massimo spirito, e Raolo temeva che burlasse anche madama di Chevreuse, per cui egli nudriva vera e profonda simpatia; ma, o fosse per istinto, o per affetto verso la duchessa, ei ne disse molto bene, e da cotali elogi si accrebbe per lui l’amicizia di Raolo.

Venne poi il capitolo delle galanterie e degli amori. Su questo rapporto pure Bragelonne aveva assai più da ascoltare che da discorrere, e così fece, e fra tre o quattro avventure, che diremmo un po’ trasparenti, gli sembrò di distinguere che il conte avesse in cuore a pari di lui un’occulta passione.

Di Guiche, secondo noi accennammo, era stato allevato in corte, e di questa conosceva tutti gli intrighi. Era la corte di cui Raolo aveva inteso a parlare dal conte di la Fère, se non che aveva mutato faccia moltissimo dall’epoca stessa in cui Athos l’aveva veduta. Talchè tutta la narrazione di Guiche fu cosa nuova pel suo compagno di viaggio. Il contino, spiritoso e maldicente, passò in rivista tutti quanti; dettagliò gli antichi amori di madama di Longueville con Coligny, il duello di questo sulla Piazza Reale, che gli fu sì funesto, e che la Longueville contemplava di dietro alle persiane; e i di lei nuovi amori col principe di Marsillac, che, a quanto dicevasi, era tanto geloso da voler far ammazzare una quantità di gente, ed anco il d’Herblay; gli amori del signor principe di Galles con Madamigella, la quale in appresso fu chiamata la Grande Madamigella, tanto celebre dappoi pel suo matrimonio segreto con Lauzun; neppur fu risparmiata la regina, e toccò la sua parte anche al ministro Mazzarino.

La giornata passò rapida come un’ora. L’ajo del conte, uomo di mondo, alla buona, sapientissimo fino ai denti (conforme diceva l’alunno), rammentò varie volte a Raolo la somma erudizione e le graziose e pungenti ironie di Athos; ma per la delicatezza e la nobiltà delle maniere nessuno poteva stare a confronto col signor di la Fère.

I cavalli, strapazzati meno del dì precedente, si fermarono vergo le quattro pomeridiane ad Arras. Si avvicinavano al teatro della guerra, e fu risoluto di trattenersi in quella città sino all’indomani, perocchè alcune brigate di Spagnuoli profittavano spesse fiate della notte per far delle corse sino nei dintorni di Arras.

L’armata francese occupava da Pont-à-Marc sino a Valenciennes ritornando sopra Douai. Si diceva che il signor Principe fosse in persona a Bethune.

L’armata nemica si estendeva da Cassel a Courtray; e siccome commetteva ogni sorta di violenze e di saccheggio, le povere genti delle frontiere abbandonarono le proprie abitazioni isolate venendo a rifugiarsi nelle città forti che promettevano loro un asilo. Arras era piena di fuggiaschi.