In dieci minuti i giovanetti distinsero l’albergo.

Raolo, senza scendere da cavallo, chiamò l’oste, lo avvertì che sarebbe condotto là a momenti un ferito, e lo pregò di apparecchiare quanto poteva abbisognare alla medicatura, cioè il letto, le fascie, le fila, invitandolo inoltre, qualora conoscesse nelle vicinanze qualche dottore o chirurgo, a mandarlo a cercare, assumendo egli di pagare il messaggiero.

Il locandiere che vide due signori vestiti con isfarzo, promise tutto ciò che gli chiesero, e i nostri due cavalieri, dopo aver assistito ai preparativi del ricevimento se ne andarono da capo solleciti inverso Grency.

Avevano fatto più di una lega e scorgevano già le prime abitazioni del villaggio, i di cui tetti coperti da tegoli rossicci spiccavano fortemente in fra i verdi alberi che le circondavano, quando ecco venire incontro a loro sopra una mula un povero monaco, che dal cappellone largo e dalla giubba di lana bigia si ebbero tosto per un fratello Agostiniano. E questa volta pareva che il caso mandasse ad essi ciò che volevano.

Si appressarono al religioso.

Era un tale da venti a ventitrè anni, ma dalle pratiche ascetiche in apparenza invecchiato. Era pallido, non già di quel colore smorto che è anco una bellezza, ma di un giallo bilioso; i suoi capelli corti oltrepassando appena il cerchio che il cappello gli segnava attorno alla fronte, erano di un biondo chiaro, e le pupille di un lievissimo color cilestro sembravano prive dello sguardo.

«Signore, disse Raolo con la consueta cortesia, siete ecclesiastico?

«Perchè questa domanda? fece l’altro con indifferenza poco men che incivile.

«Per saperlo, ribattè con alterigia de Guiche».

Lo straniero picchiò col calcagno la mula e continuò pel suo viaggio.