Il cerusico tirò in là il giubbetto, lacerò la camicia e snodò il seno.

Il pugnale, conforme accennammo, era cacciato addentro sino all’impugnatura.

Il chirurgo lo prese alla cima dell’elsa; a misura ch’ei lo tirava fuori il ferito aprendo gli occhi li fissava in un modo spaventoso. Quando la lama fu uscita interamente dalla piaga apparve sulla bocca dell’infermo una spuma rossiccia; indi nel momento che respirò sgorgò uno sprillo di sangue dall’orifizio della piaga stessa, ed egli diresse lo sguardo sopra Grimaud con espressione singolarissima, mandò un rantolo e spirò subito.

Grimaud raccolse da terra il pugnale insanguinato che metteva orrore a tutti, accennò all’oste che andasse seco, pagò il conto con generosità degna del suo padrone, e risalì a cavallo.

Esso aveva pensato sulle prime a tornare direttamente a Parigi; ma riflettè all’inquietudine che prolungando la sua assenza cagionerebbe a Raolo; si ricordò che Raolo era distante due leghe dal luogo ove si trovava egli stesso, che in un quarto d’ora sarebbe a lui vicino, e che fra la gita innanzi e indietro e la spiegazione insieme non gli piglierebbero un’ora di tempo. Si avviò di galoppo, e dopo dieci minuti smontava al Mulo Incoronato, unico albergo di Mazingarde.

Dalle prime parole ricambiate col locandiere acquistò certezza di aver raggiunto quello che cercava.

Raolo era a tavola con il conte di Guiche ed il suo ajo, ma la trista avventura della mattina lasciava sul sembiante de’ due giovani una tale mestizia cui non riusciva a dileguare il brio del signor d’Arminges più filosofo di loro per la sua grande assuefazione a consimili spettacoli.

Ad un tratto fu schiusa la porta e si presentò Grimaud pallido, polveroso e macchiato dal sangue del disgraziato.

«Grimaud, mio buon Grimaud! esclamò Raolo, eccoti al fine! Scusate, miei signori, questi non è già un servo, è un amico».

Ed alzatosi a farglisi incontro seguitò: