«Chiedete, scegliete nelle mie scuderie, quello che vi convenga. Non vi prendete soggezione; approfittatevi del corsiero che vi sembri il migliore. Stassera forse ne avrete bisogno, e domani di certo».
Raolo non se lo fece dir due volte; sapeva che coi superiori, ed in ispecie quando questi sono principi, la suprema civiltà consiste nell’obbedire senza ragionamenti e senza indugi. Passò nelle scuderie a scegliere un palafreno andalusiano di color sauro, gli pose di per sè la sella e la briglia, perocchè Athos gli aveva suggerito pelle circostanze di pericolo di non affidare di ciò la cura a veruno, e venne a raggiungere il principe che appunto montava a cavallo.
«Adesso, disse questi a Raolo, volete consegnarmi la lettera di cui siete latore?»
Ed egli la porse.
«Restate vicino a me», ordinò Luigi di Borbone.
Diede di sprone, fermò le redini al pomo della sella secondo soleva fare quando voleva aver libere le mani, dissigillò il foglio della signora di Longueville, e si avviò di galoppo sulla strada di Lens, accompagnato da Raolo e seguitato dalla sua piccola scorta, mentre i messaggieri che dovevano richiamare indietro le truppe, correvano frettolosi per opposte direzioni.
E il principe nel tempo del cammino leggeva.
«Signore, disse indi a un momento, qui mi si dice molto bene di voi; la sola cosa che posso significare si è che dal poco che ho visto ed inteso, penso di voi anco meglio che non mi si decanta».
Raolo fece un inchino.
Intanto ad ogni passo che approssimava a Lens la piccola brigata, risuonavano più vicine le cannonate. Luigi teneva lo sguardo fisso a quel rumore come farebbe un uccel di rapina. Pareva che avesse il potere di penetrare con gli occhi fra gli alberi folti che stendevansi a lui davanti e servivano di confine all’orizzonte.