La donna si è genuflessa sur un inginocchiatojo di legno tinto, e a poca distanza da lei la giovane appoggiandosi ad una sedia rimane in piedi e piange.
La donna dev’essere stata bella; ma si scorge che le lacrime le hanno data l’apparenza di vecchia. La giovinetta è vaghissima, e le lacrime l’abbelliscono vie più. La donna mostra aver quarant’anni, la giovane ne ha quattordici.
«Mio Dio! diceva la supplice genuflessa, deh! conservate il mio sposo, il mio figlio, e vi prendete questa mia vita tanto misera e trista.
«Mio Dio! diceva l’altra, deh! conservatemi mia madre!
«Vostra madre non può fare per voi più cosa alcuna in questo mondo, Enrichetta; fece volgendosi l’afflitta che pregava, essa non ha più trono, nè consorte, nè figlio, nè danari, nè amici; vostra madre è abbandonata dall’universo».
E gittandosi nelle braccia della figliuola che si avanzava a sostenerla, proruppe ella pure in singulti.
«Madre mia, fatevi coraggio! seguitò la fanciulla.
«Ah! quest’anno i re sono sfortunati, rispose la più attempata posando la testa sulla di lei spalla, e nessuno in questo paese pensa a noi, chè ognuno pensa ai propri affari. Sino a tanto che fu con noi vostro fratello, ei mi sostenne, ma è partito, ed ora non può dar nuove di sè nè a me nè a suo padre. Io ho impegnate le ultime mie gioje, venduti i miei panni ed i vostri, onde pagare il salario a’ suoi servi, che ricusavano di accompagnarlo se non avessi fatto un tale sacrifizio. E noi siamo ridotte a vivere a spese delle figlie del Signore; siamo poverelle soccorse da Dio.
«Ma perchè non vi rivolgete alla regina vostra sorella? domandò la zittella.
«Ahimè! la regina mia sorella non è più regina, e un altro regna in nome di lei. Un giorno potrete comprendere questo.