«Milord, continuò la sovrana accennando la missiva, capite che ho ansietà di sapere che contenga questo foglio.

«Signora, io mi ritiro.

«No, trattenetevi: leggeremo davanti a voi: non capite che ho da farvi mille domande?»

Di Winter retrocedè di alcuni passi, e rimase in piedi e in silenzio.

Madre e figlia dal canto loro eransi ricovrate nel vano della finestra, e scorrevano la seguente epistola:

«Signora e cara sposa

«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè! quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere) voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e diletta sposa».

La lettera era firmata, non già Carlo re, ma Carlo ancora re.

La trista lettura, di cui di Winter osservava tutte le impressioni sul volto della regina, portò pur non ostante nelle di lei pupille un lampo di speme.

«Che non sia pur re! ella esclamò, sia vinto, esule, proscritto, ma viva!... Ah! il trono è oggi un posto troppo periglioso per ch’io desideri ch’ei vi rimanga.... Ma ditemi, milord, non mi occultate nulla, dov’è egli? la sua situazione è tanto disperata quanto egli si crede?